Cervelli in fuga e casalinghe disperate

I grandi dillemi del nuovo millennio. Visto che il tema caldo in Italia è la fuga dei cervelli, mi sono interrogata a lungo sulla questione: se a scappare per primo è stato lui, il “mio” lui, e l’ho seguito, anche il mio cervello è in fuga o non conta? Perché se non conta, la domanda che sorge spontanea è: sono una casalinga disperata (con rispetto parlando delle casalinghe)?

Ma andiamo con ordine. E facciamo un passo indietro nel tempo.

Anno 2009.

Io: laurea in lingue, vari lavoretti (davvero poco “choosy”) alle spalle, un paio di tirocini e un lavoro in una scuola privata di lingue con un contratto, da apprendista segretaria – settore commercio, part-time al 70%, circa 680 € al mese, arrotondati con qualche lezione di italiano a stranieri e ripetizioni. Il contratto era agli sgoccioli, la crisi premeva già, le possibilità di rinnovo con contratto stabile erano scarse.

Lui: laurea e dottorato in fisica, curriculum accademico impeccabile, collaborazione attiva  con il CERN di Ginevra, assegno di ricerca al secondo (e ultimo) rinnovo presso l’INFN. Entrata di circa 1200 € mensili. Possibilità di ottenere un contratto stabile come ricercatore in una qualche università italiana prossime allo zero.

Ce la stavamo cavando, e anche bene, soprattutto se ci paragonavamo ad altri amici e coetanei, ma la sveglia era puntata sulla fine di quella bolla di sopravvivenza. Così valutiamo l’ipotesi estero, e le prospettive cambiano improvvisamente. Il soggetto trainante è lui, riceve varie proposte e la migliore è quella tedesca. Armi e bagagli e parte. Io mi preparo, psicologicamente e concretamente, al grande salto, e capitalizzo la mia esperienza di insegnante di italiano prendendo la certificazione DITALS. E pochi mesi dopo lo seguo.

Ho avuto culo, questo va detto. Il mio tedesco faceva schifo, e nonostante questo ho trovato subito qualcosa, un corso presso l’università popolare, solo un paio d’ore alla settimana, ma era comunque un ottimo inizio. Poi un’altre scuola privata. Sempre meglio. Mi sono data da fare, ho fatto il viottolo nelle segreterie di tutte le scuole di lingua, e mi sono buttata a studiare il tedesco.

Piano piano ho iniziato a digerire tutte le novità e ho dovuto constatare che le differenze con l’Italia erano notevoli. Facevo dei colloqui di lavoro. VERI. Indagavano veramente le mie competenze. Mi chiedevano davvero cosa avessi fatto nel campo dell’insegnamento. E soprattutto, quando mandavo un CV, mi rispondevano, anche solo per dirmi no. Al contrario di quello che succedeva in Italia.

E così, all’improvviso, mi sono trovata a vivere in un mondo nuovo, fatto di una lingua ostrogota, di persone gentili ma pur sempre ben protette dalle loro barriere, di opportunità di lavoro e possibilità di scelta, di nuovi tempi da riempire, di nuove amicizie da stringere, di prospettive di vita da ricalibrare, di nuovi equilibri con la vecchia vita da impostare. E con l’inverno mi sono trovata a cercare riparo al calduccio in casa, come non mi era mai successo in Italia, e mi sono chiesta se in fondo questa nuova fantastica vita non fosse una vita da casalinga disperata. Lavoravo, sì, ma poco rispetto a prima in Italia. E stavo taaaanto a casa.

Non mi sono davvero risposta alla prima, originale domanda, se anche il mio cervello, seppure trainato da un altro cervello, fosse in fuga. Credo di sì. O forse era in toto una fuga d’amore e basta. Mica ero io, la ricercatrice all’università. Lavoro poi l’ho trovato, nel senso che i corsi sono aumentati e le ore di lezione pure, ma le conseguenze più tangibili di questa scelta pro-estero sono state soprattutto sentimentali.

Il fatto di avere praticamente 30 anni è diventato tutto d’un tratto importante, l’atmosfera di pseudostabilità lavorativa ed economica (più sua che mia, ma alla fine di tutti e due) mi ha scaraventata nel vortice dell’orologio biologico, e nel giro di pochi mesi mi sono trovata a fare cose che ritenevo impensabili:

  • mi sono sposata
  • sono rimasta incinta
  • ho avuto una bimba

ero entrata, mio malgrado, in quel mondo che avevo sempre considerato “degli adulti” e dei trentenni. Bastava fare 800 km verso nord. Bastava far scappare tutti e due i nostri cervelli. E potevamo vivere, senza tante seghe mentali, quello che a casa nostra ci era stato negato.

Comunque essere immigrati qui non è tutto rose e fiori, in Germania si mangia male, parlano tedesco, fa freddo e non si va al mare 5 mesi l’anno 😉

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15 commenti

Archiviato in cervelli in fuga, il gioco delle differenze

15 risposte a “Cervelli in fuga e casalinghe disperate

  1. Caterina

    Ho letto quasi tutto…….Ma le lacrime cosmopolite mi impediscono di continuare a leggere………………..mò ma stampo non ti preoccupare ….cmq è vero il mal ditesta è xkè si pensa in troppe lingue……………ciao dalla tua cara mamma che ti vuolet.t.t.t.t.b…….con la collaborazione multietnica da N
    apoli con furore…………….Ciao da Antonietta collega di mammà……………..

  2. Marianne

    Migrare è un po’ come prendere un virus. Immigrata rimani per sempre; puoi stare bene, puoi stare male, adattarti con facilità, abituarti agli attacchi di nostalgia, alla domanda del perchè qualcosa funziona in una certa maniera e non in un’altra – la tua -, puoi ritrovare il tuo equilibrio che, cosÌ sembra all’inizio, hai lasciato a casa tua, puoi imparare a sorridere in faccia a chi ti chiede di dove sei e puoi perfino acquisire un’altra cittadinanza: Immigrata rimani lo stesso. Lo rimani perché vieni vista nonostante tutto come tale e lo rimani perché c’è una parte dentro di te che non te lo fa scordare. Questo, malgrado il mal di testa che ti crea, è un bene.

  3. caterina

    mio padre era italiano,mia mamma è nata a Mosca da padre italiano mamma russa.io sonanata in romania ho vissuto la mia infanzia in cecoslovacchia il resto in Italia(per ora) chi sono…….boh diciamo cosmopolita.E come dice Marianne é un bene

    • se non provenissi da questa stessa storia forse non mi sarei lanciata così piena d’entusiasmo e di buoni propositi in questo trasloco internazionale. Devo ringraziare il nomadismo ereditario e l’apertura mentale tua e del resto della famiglia. grazie davvero

      • caterina

        ti voglio bene.il tuo entusiasmo mi ricontagia ed aiuta molto a superare le dificolta e i mal di testa

  4. lalienorossonellettodelviva

    stramaledetta la miseria, già non è periodo se poi ti ci metti anche te mazzoni inizio a piangere e ciao! mentre cerco di trattenere le lacrime (e soprattutto di non paciugarmi gli occhiali sennò perdo anche la vista dopo i neuroni!!!) e di riprendermi penso che c’ero anche io in questo percorso, nascosta in un angolino in silenzio e pronta per qualsiasi cosa (come dici te, meno male parlo poco perchè son sentenze!)….vedervi costruire il futuro insieme, pro e contro, si e no, adesso e dopo è stato bello, a volte spassoso ed altre volte triste perchè l’unica cosa chiara era che ve ne sareste dovuti andare!!! il “bastava fare 800 km verso nord” non è stato semplice, la sai te e lo so anche io, vi siete lasciati indietro un mondo per costruire il vostro ma una cosa non la dovete scordare: un mondo è fatto di tante mani, pronte ad aiutarvi con gli scatoloni ma soprattutto per un abbraccio e per farvi capire che le cose andranno bene!

  5. Jessica

    Più leggo, più rivedo la mia storia, la storia d’amore mia e di mio marito, la nostra decisione, dopo due anni e mezzo di fidanzamento di sposarci e levare gli ormeggi. Di chilometri noi ne abbiamo fatti circa 2000, dalla calda e solare Palermo alla fredda Germania…infatti a casa si torna una volta l’anno!Per adesso, io son solo mamma e casalinga. Spero tra qualche tempo, di poter anch’io avere qualche opportunità di lavoro, magari nel campo dell’insegnamento!Chissà…

  6. Ciao Jessica! Piacere! Ho iniziato a scrivere per scherzo, e sto ricevendo tantissime testimonianze di persone che, come te e me, hanno “levato gli ormeggi” e si sono dirette a nord. Sono contenta di poter condividire, anche se virtualmente, questa avventura con altri migranti come noi. Tante buone cose e in bocca al lupo con la super avventura di neo mamma 🙂

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