A casa tutti bene?

immagine tratta dal web

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Voglio dedicare un post alla famiglia. Non perché nottetempo io mi sia reincarnata in Costanza Miriano (per l’amor del cielo, no) o in un ideatore pubblicitario della Mulino Bianco, no. Semplicemente perché oggi faccio il mio primo blogmeseversario e mi va di festeggiare, anzi, di dedicare. Così ho deciso di mettere per scritto quei pensieri che mi frullano spesso per la testa e che riguardano la famiglia. Anzi, le mie famiglie. Sì, perché io ho tante famiglie, un po’ ereditate, un po’ costruite nel tempo e un po’ scelte. Visto che in molti casi si tratta di famiglie allargate, credo che sia il caso anche di allargare il concetto di famiglia.

Perché per me “famiglia” non è solo quella mia, biologica, da cui sono nata, e quella mia, biologica, a cui dato vita iniziando a condividere l’esistenza con la persona che amo. Per me famiglia sono anche quelle persone che nel corso degli anni ho conosciuto, amato e scelto come punti di riferimento, eleggendole a familiari. Per me famiglia sono quelle persone che sono entrate nella mia vita quando c’è entrato lui e che da parenti acquisiti e basta, nel corso del tempo, imparando a conoscerli ed ad amarli, sono stati eletti a nuovi familiari. Per me famiglia è sentirsi a casa.

Da quando sono nata mi sono sempre sentita parte di una bella famiglia, dell’infanzia ho dei bellissimi ricordi, e mi è sempre piaciuto il fatto che fossimo in tanti, sparpagliati per la toscana, l’Italia e anche in altre parti del mondo. Mi è sempre piaciuto che, man mano che crescevo, spuntassero fuori parenti in giro, personaggi di solito interessanti. O che nelle riunioni di famiglia uscissero fuori aneddoti divertenti o comunque particolari sui tempi della guerra, su quando i nonni o i genitori erano giovani, su come si erano conosciute e poi messe insieme le varie coppie, o su come le normali vicende della quotidianità si intrecciassero su uno sfondo che per me ormai era storia da studiare sui libri.

Un’altra delle cose che mi piaceva (e tuttora mi piace) assai è la rassicurante sensazione di sapere di avere le spalle coperte. Nel senso buono. Non che i miei mi togliessero le castagne dal fuoco ogni volta che ne combinavo una, no, ma il fatto di sapere che potevo (e posso) contare su di loro nei momenti di difficoltà.

Non che tutto a casa mia (quella atavica, quella italica) sia idilliaco, ci mancherebbe, ma nonostante i problemi e i casini successi nel corso degli anni, io ho sempre pensato di avere una bellissima famiglia, anche quando si è scissa e si è moltiplicata.

Con questa premessa romantica e sentimentale posso passare al nocciolo dei miei pensieri. Prima stimolata da un commento di una persona cara, a uno dei miei primi post. Poi un po’ stimolata da un libro che ho appena iniziato – Un giorno arriverò – che inizia proprio con una emigrazione, ma vista dal punto di vista di chi resta. E un po’ stimolata da un post letto di recente su Melodiestonate, e dai relativi commenti sui figli che restano e su quelli che “scappano”, mi sono decisa a scrivere qualcosa su chi è dall’altra parte. Su chi resta mentre qualcuno caro se ne parte. Sulla mia famiglia, appunto.

Le parole di quella persona cara, di solito riservata, eppure scritte qui in pubblico in un commento a un post, sono state l’ulteriore prova, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto la mia, la nostra scelta di andare all’estero abbia cambiato, in poche o in molte cose, la vita di chi ci vuole bene.

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Il “bastava fare 800 km verso nord” non è stato semplice, la sai te e lo so anche io, vi siete lasciati indietro un mondo per costruire il vostro ma una cosa non la dovete scordare: un mondo è fatto di tante mani, pronte ad aiutarvi con gli scatoloni ma soprattutto per un abbraccio e per farvi capire che le cose andranno bene! 

Non avrei saputo spiegarlo meglio, ci siamo lasciati alle spalle un mondo intero, ma quel mondo intero è sempre lì che ci aspetta. Le nostre famiglie ci pensano, gioiscono da lontano alle buone notizie, soffrono da lontano per le cattive, si preoccupano lo stesso, anche da laggiù, per qualsiasi problema ci riguardi. Tutte le cose che toccano a tutti i genitori (e i propri cari), ma senza i vantaggi – e gli svantaggi – della vicinanza.

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So di dire cose già dette, sono secoli che la gente emigra, e c’è sempre chi va e chi resta, la separazione delle famiglie, qualche volta i ricongiungimenti, qualche altra la sofferenza di non vedersi più. Certe volte chi se ne va incontra tanta fortuna, tante altre miseria e dolore. Sì, lo so, le tinte di queste ultime parole sono da primi del Novecento, ormai le distanze non sono quelle di prima, i mezzi di comunicazione nemmeno, ma le sensazioni, seppure alleviate da incontri più frequenti, notizie in tempo reale e videochiamate, credo che non siano cambiate più di tanto.

Come si sente una mamma (ma anche un babbo) quando la figlia comunica che se ne andrà a cercare un lavoro migliore in un altro angolo di mondo? Anche sapendo che andrà, molto probabilmente, a stare meglio, non potrà certo restare indifferente. La nostalgia purtroppo è un sentimento bastardo, che non si fa governare dalla razionalità.

Anche se io non sono, anzi noi non siamo, gli emigrati con la valigia di cartone, che devono fare la fame i primi tempi, lavorare come schiavi, combattere per farsi accettare e sistemarsi in modo decente, ma abbiamo avuto la fortuna di fare un’emigrazione con tutti i comfort, senza troppi disagi, è stata comunque un trauma.

Chiariamoci, nessun dramma e nessuno che si strappava i capelli, eh.

Ma a Livorno mica ci si stava male! E poi, anche se, sia io che il mio lui, siamo sempre stati abbastanza nomadi, un conto è viaggiare per lavoro, stare via qualche mese, e un conto è lasciare casa base per un periodo indefinito e con l’intento di “sistemarsi” altrove.

Ma io penso che questo trauma abbia riguardato anche chi è rimasto a Livorno e dintorni, mentre noi ce ne andavamo. Facciamo tutti parte di un tessuto, familiare, sociale, e quando qualcuno se ne va, la fibra di indebolisce. La rete familiare subisce la perdita di quel filo che prima teneva insieme qualcosa, e ora non c’è più. Parlo di cose banali, mica straordinarie, ma che spesso fanno la differenza nella giornata di qualcuno- la mia, la loro.

Eccone qualcuna a caso:

  • fare la spesa alla nonna e fermarsi a mangiare lì con lei
  • fare i compiti coi fratelli e incazzarsi quando si distraggono
  • andare a pranzo dal nonno e discutere delle notizie del tiggì
  • pranzare dalla mamma e rilassarsi facendo due chiacchiere con lei
  • prendere il caffè da babbo e ruzzare sulla gente strana che passa davanti al negozio
  • la passeggiata/shopping con gli zii
  • il giapponese col mio alieno rosso
  • il pranzo domenicale tutti insieme dai suoceri
  • le ribotte a nibbiaia
  • andare a teatro a vedere la cognata e commuoversi come una scema
  • i giri al mercato improvvisati con la zia sempre giovane, dentro e fuori
  • la gita in montagna a Pistoia tutti insieme
  • andare al mercatino del venerdì, con chiunque mi stia simpatico
  • guardare Sanremo con chiunque della famiglia e prendere per il culo tutti quanti
  • andare a vedere il concerto dell’amico – che ormai è anche cognato
  • passare al volo dalla mamma e poi restarci tutto il pomeriggio (magari finendo poi tutti quanti al moletto a fare il bagno)
  • babbo che viene a trovarti con le arance e le medicine quando sei a letto con l’influenza
  • nonna che ti carica di tupperware ripieni di meraviglie
  • nonno che con un massaggio magico ti rimette in sesto la spalla
  • l’amica del cuore che viene a mangiare il cinese take away e a guardarsi un film scemo insieme

e mi fermo qui, perché sta diventando una nuova lista delle cose di cui ho nostalgia…e poi parte la lacrima facile.

Insomma, non so nemmeno io cosa volevo dire di preciso. Forse spostare un po’  l’attenzione dalla mia situazione contingente per interrogarmi su come sia, adesso, senza di me e senza noi 3 tutti, la vita di tutti i giorni laggiù a Livorno (e dintorni) per le persone che ci vogliono bene e che magari hanno nostalgia di noi.

Quelle persone, le mie famiglie, che non hanno fatto una piega davanti alla nostra decisione e che, anzi, ci hanno sostenuti e aiutati, sia concretamente che psicologicamente. Che sono arrivati di corsa per le notizie buone e per quelle cattive, che ci sono sempre stati per noi, anche quando noi ce ne eravamo andati. Sono stati per noi un mondo che è fatto di tante mani, pronte ad aiutarci con gli scatoloni ma soprattutto per un abbraccio e per farci capire che le cose andranno bene!

Senza di loro questa migrazione non sarebbe stata possibile. E quindi nemmeno questo blog sarebbe nato. E questo blog è un po’ anche per loro. Perché qualche volta nelle telefonate di ogni giorno non ci si ferma a parlare più di tanto e a raccontare davvero i cazzi propri. Mentre magari così è un modo in più per sentirsi vicini, soprattutto se sanno che ognuna delle storie è raccontata in modo speciale per loro e a loro.

Così loro sanno come ce la passiamo qui a Friburgo e sanno che gli voglio bene. E gli chiedo:  come state laggiù, ora che noi siamo lontani?

E a questa famiglia dedico quello che la mia bimba chiama un “abbracciodamore”, da pronunciare tutto attaccato senza respirare.

22 commenti

Archiviato in cervelli in fuga, Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

22 risposte a “A casa tutti bene?

  1. caterina

    sono qui sola e dopo averr letto questa enorme e bellissima dichiarazione d’AMORE:mi godo questa solitudineamorosa baci

  2. devo farti i complimenti per come scrivi,sembra che in un solo post hai descritto la tua vita, i tuoi ricordi, le tue amarezze di quando sei andata via dal tuo paese……grazie x aver citato il mio post, vuol dire che qualcosa riesco a trasmettere……la mia tristezza sarà la mancanza di mia figlia……io qui già sono sola senza parenti,sono andata via di casa 22 anni fa…….mia madre ancora mi rimprovera di questo allontanamento…..e adesso si ripeterà con mia figlia…..ma lei vuole crearsi un futuro, visto che qui non c’è possibilità…….un bacio ……….Sara

  3. Simona

    …… non riesco più a capire se è il raffreddore o sono le lacrime di commozione, la vista mi si è appannata, la gola mi vibra…. ho già consumato tre fazzolettini di carta …. l’unica cosa che riesco a scriverti è: GRAZIE! Le tue parole vanno dritte al cuore, e vedo passare in rassegna davanti a me, tutte le persone e le situazioni….famigliari… ti voglio bene e lunedì ti stritolo d’ “abbracciodamore”😉

  4. Non ho letto tutto (non ho avuto tempo) ma ti ringrazio per aver gettato fango su Costanza Miriano…ho sempre voluto farlo da quando sto su WO ma ho troppa paura delle ritorsioni di quella gente lì ; )

  5. francesca

    gli equilibri si rompono e se ne creano di nuovi, ma mi chiedo sempre: come sarebbe stato se fossimo rimasti?

  6. lalienorossonellettodelviva

    …quando mi ripiglio ti faccio un commento decente…

  7. lalienorossonellettodelviva

    Dunque, le parole ci sono ma come al solito non riesco a metterle in fila perciò lascio a te scegliere tra questi ritornelli di due delle mie canzoni preferite.
    Noir-Shandon:
    Never fear to suffer
    neer hide behind a smile,
    never fear to suffer,
    never cry without a sound

    oppure

    (Smile) Beautiful that way-Noa:
    Keep the laughter in your eyes
    Soon, your long awaited prize
    Well forget about our sorrow
    And think about a brighter day
    ‘Cause life is beautiful that way

    …meno male parlo poco…

  8. lalienorossonellettodelviva

    Ho letto e riletto questo post un centinaio di volte da quando l’hai pubblicato, e più lo leggevo più le lacrime iniziavano a riempirmi gli occhi. Facciamo parte della stessa famiglia, acquisita per rami d’origine diverse e “new entry” dell’acquisite stesse, nel bene e nel male, quando ci sono da fare le corse per un imprevisto e quando ci sono le cene con le cozze ripiene. Sorrisi, risate, incavolature, grida, lacrime…a volte stessi pensieri e ragionamenti, a volte opposti…stesse preoccupazioni nella maggior parte dei casi…possono essere tutte definizioni di “famiglia”? forse si, come possono esserlo in egual misura profili dolci e caratteracci ereditati. Se la “nostra” famiglia fosse una novella, la morale che ne ricaverei è: famiglia è passione, amore, dolcezza, apertura mentale, disponibilità, accondiscendenza (non troppa) e spesso compromessi. Quello che so per certo è che il sangue conta fino ad un certo punto, nel nostro caso non conta un tubo di niente.

    Per la cronaca, questo è il commento vero!
    …and a smile ran across your mind…

  9. Bella lettura Nikla! Sono voluto arrivare fino in fondo perchè mi dava una sensazione di tranquilla purezza, senza fronzoli sociologici ma piena di sotria e di storie.
    Un abbraccio
    Marco

  10. Jessica

    Personalissimo, eppure universale…come sempre, tra ragionamenti seri e uscite comiche, ci prendi sempre e colpisci il segno, riuscendo a centrare il nocciolo della questione: qua si sta bene, benissimo, ma…non è casa, non è famiglia…almeno non ancora!Forse un giorno, spero, sarà un’altra casa, un’altra famiglia della quale noi sentiremo desiderio e bisogno, necessità e malinconia, e soprattutto ne avvertirà lei di noi. Questo è ciò che mi auguro e ti auguro…fermo restando quel filo tirato che siamo e saremo sempre.:'(

    • hai centrato in pieno i miei pensieri anche tu, è una situazione (e forse anche un’età) in cui si transita tra la nostalgia della famiglia di sempre e il desiderio di rendere più solida la propria. Io mi sento quel filo tirato alla ricerca di un equilibrio. grazie per tutti i complimenti che mi fai😉

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