Il peso della distanza – maledetti 800 km

Che è stato un anno di merda, finora, l’ho già accennato qua e là. Che pare che una nuvola di sfiga, stile Fantozzi, aleggi sulla mia testa (e in generale sulla famiglia) pare ormai assodato.

Pochi giorni fa, realizzando la concretezza della data sul calendario, mi sono azzardata a tirare un sospiro di sollievo. Ho pensato “ma guarda, ancora 2 settimane e quest’anno di merda è finito”. Beh, il 21 dicembre magari finisce il mondo e ci togliamo il pensiero direttamente.

Profezie a parte, mi maledico ancora, per aver pensato che, essendo quasi la fine di quest’anno, fossi finalmente al sicuro da altri eventi funesti. Infatti oggi mi è arrivata una notizia bruttissima. Un persona cara se n’è andata. Se n’è andata di botto, buon per lui. Se n’è andata dopo aver vissuto tanta vita, e credo sia stata una bella vita. Se n’è andata come avrebbe voluto andarsene, senza soffrire e senza brutte malattie di quelle che ti mangiano corpo e anima. Ma comunque se n’è andata e ci sto male. Piango e mi dispiaccio, gli volevo proprio bene. E domani c’è il funerale e io non ci vado. Forse ce la farei, partendo alle 4 di mattina, ma sarebbe un casino mostruoso. La vita qui si tiene su fili sottili di equilibrio e sarebbe complicato alterare questo equilibrio, precipitandomi domani a un funerale a 800 km da qui.

Maledetti 800 km. A questo giro la distanza mi pesa. Al mio caro “zio” cambia ben poco, se vado o meno al suo funerale, credo. Per la sua famiglia, attonita in questo momento doloroso, credo che la mia presenza sia più o meno un dettaglio. Hanno ben altre gatte da pelare. Ma a me cambia, eccome. Cambia perché è un commiato simbolico, un saluto. Cambia perché non sono laggiù col resto della famiglia a ricordare i suoi scherzi, i suoi modi, a ridere tutti insieme per non piangere, in quel rito familiare del ricordo che allevia un po’ la nostalgia che ti assale quasi subito. Cambia perché piangere e abbracciarsi e consolarsi a un funerale, o prima, o dopo, sono gesti ed emozioni che vanno vissute, di ciccia, anche se fanno male. Trattenere le lacrime e il groppo alla gola al telefono, invece, non fa bene per niente. Dover mandare un telegramma di condoglianze perché non si può essere lì di persona, non fa bene per niente.

Insomma, se non s’è capito, mi girano le palle. Mi girano perché tra dieci giorni non andrò a trovarlo con mio nonno, non mi farà le sue battute, non mi darà le sue pacche, non mi farà i suoi scherzi teneri e buffi e uguali da anni. Mi girano perché sua moglie ora è sola e forse ancora non si può esser resa conto. Mi girano perché non importa se aveva più di 80 anni, le persone a cui vuoi bene non le vorresti perdere mai. Mi girano perché questa volta questi 800 km che mi separano da casa sono tanti, pesanti e cattivi.  Mi girano e basta.

Così è meglio chiudere qui, maledicendo, almeno per stasera, questi benedetti 800 km e anche un po’ quest’anno di merda che non si sbriga a finire una volta per tutte.

A Vasco, con affetto.

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Archiviato in Intimamente, Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

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