La sindrome del pandoro – bella la mi’ Livorno

Ovvero di come appare il mondo (Livorno) dopo un’assunzione prolungata di massicce dosi di pandoro.

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Eccolo, il post natalizio.

L’emigrante scende dalla ricca Germania e la prima cosa che nota, rimettendo piede sul suolo natio, è che a Livorno c’è la crisi. Anzi, la “grisi”. Ma grossa. La miseria. E tutti lo dicono, i giornali lo ripetono, i telegiornali lo gridano, la gente lo dice, è tutto vero. C’è la crisi. Anche in Germania lo dicono, e quando sono laggiù leggo i giornali italiani online e mi immagino la crisi a casa mia. Perché diciamoci la verità, ad emigrare nel Baden-Württemberg ho avuto una gran botta di cul fortuna. E’ uno dei Land che meglio resiste in questa situazione critica. E il confronto tra la ricca Friburgo e la ventosa Livorno, ogni volta che ci ritorno, è impietoso. Nel centro di Livorno i negozi chiudono, a grappoli. L’aria che si respira è buona e piena di salsedine, ma metaforicamente è pesante e manca il respiro.

Stabilito questo punto fermo, e cioè la crisi, mi sono guardata intorno in questi giorni. E nonostante i problemi economici, il cibo ha fatto da padrone. Pranzi, cene, merende, di nuovo pranzi e cene, a ciclo continuo. E all’improvviso ho visto chiaramente quello che i miei studenti tedeschi mi dicono sempre: “gli italiani parlano sempre di cibo”.

Ho dovuto ammettere che è un po’ vero. Mettiamo anche che è il periodo natalizio che si presta, ma in ogni caso da quando siamo arrivati o abbiamo mangiato, o abbiamo parlato di quello che avremmo mangiato, o ci siamo lamentati di quanto abbiamo mangiato, o abbiamo discusso di dove e di cosa andare a mangiare. E andando in giro, fermandomi in un bar o in un negozio, ho teso l’orecchio e mi sono fatta i fatti degli altri – precisazione per i non livornesi: qui da noi non è necessario origliare per farsi i fatti degli altri, di solito noi livornesi urliamo, quindi il gossip va da sé!

Ascolta e ascolta, cosa sento? Gente che organizza i cenoni e i pranzi di natale. Gente che è andata a cena con gli amici. Gente che organizza cenoni di capodanno. Gente che prende appuntamenti per aperitivi e cene fuori. Gente che elenca molti buoni propositi – quest’anno si prepara meno roba, ché l’anno scorso s’è mangiato come maialini. Gente che si lamenta di quanto ha mangiato durante i giorni di festa, nonostante i buoni propositi. Gente che redige vere e proprie valutazioni con i giudizi dei vari ristoranti e trattorie frequentati – rapporto qualità/prezzo, menu di terra/di mare, meglio gli antipasti/i primi o i secondi, validità del vino proposto, bontà e genuinità del ponce post prandiale. Insomma, all’improvviso, i miei conterranei mi sembrano tutti fissati col cibo e col mangiare fuori. E le conversazioni degli sconosciuti sembrano concentrarsi su questa unica variazione monotematica.

L’altra cosa che mi è capitato di osservare è che i livornesi sono sfavati. Annoiati. Non è che dica una novità, è cosa nota e risaputa, ma è che certe volte le cose ovvie e risapute mi colpiscono più del solito. Così ieri sera ero a cena fuori (anch’io!!!) con la scusa di festeggiare l’anniversario e siamo finiti in un posto minimo e senza pretese e buonissimo. Tanto per restare in tema, abbiamo mangiato: un antipasto di terra ( i crostini erano buonissimi, li voglio rifare), zuppa toscana (magistrale), tomino avvolto nello speck con contorno di verdure, abbiamo speso il giusto e ci siamo fatti due risate sia perché i gestori erano simpatici, sia perché gli altri avventori erano delle macchiette. Il tema della serata del tavolo accanto, oltre ad un’improvvisa e accesissima discussione politica (Monti vs. Berlusconi – chi ha fatto più danni? Si può dire, in coscienza, che Monti sia stato meglio di B.? Per poco volavano i bicchieri…), era la pianificazione del capodanno.

  • te cosa fai l’urtimo dell’anno?
  • boh, ‘un lo so ancora, te?
  • mah, boh, de, ‘un lo so ancora nemmeno io. Vedrai si fa quarcosa co’ bimbi.
  • de, sì, anche noi s’era detto co’ bimbi di vedessi e fa’ quarcosa, però ‘un lo so mi’a dove si va.
  • mah, noi s’era detto d’anda’ in montagna, ma dice ‘un c’è punta neve e poi io un c’ho mi’a vollia, te lo sai?

Il tono della conversazione era piatto, sfavato, appunto. E alla luce di questa esemplare conversazione di ieri sera, tutte le cose sentite fino a ieri mi sono improvvisamente sembrate il sintomo ineluttabile di uno sfavamento generalizzato. Il problema è che lo sfavamento è contagioso e io credo di esserne rimasta vittima. Così per evitare di rimanere sotto a questo insidioso contagio mi sono buttata a pesce a scrivere un nuovo post, anche se sconclusionato più del solito 😉

C’erano anche altre cose che, in overdose da pandoro, stile illuminazione mi erano apparse chiarissime, ma ora non me le ricordo più tanto bene. Una cosa però è certa, da ieri qui a Livorno sta montando una bella mareggiata, e il vento batte senza pietà, le onde arrivano sulla strada davanti all’hotel Palazzo e anche alla curva dopo i Pancaldi, l’aria è appiccicosa di salsedine e satura dell’odore del mare. Passeggiare in giro per Livorno è a tratti disagevole perché le raffiche sono forti e improvvise. Ma questo tempo e questa libecciata (anche se mi sa che libeccio non è..) mi rendono felice, mi fanno sentire a casa e mi fanno sentire ancora più acuta la nostalgia di Livorno (e anche dei livornesi). Purtroppo mi fanno anche dei capelli ritti che non si possono vedere, ma vabbè.

Buon natale in ritardo e buon appetito in generale

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5 commenti

Archiviato in Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

5 risposte a “La sindrome del pandoro – bella la mi’ Livorno

  1. patrizia

    brava, sono d’accordo, scrivi bene e dipingi bene l’animo dei giovani livornesi. Io ho un figlio di 33 anni “emigrato” in Svizzera, a Basilea.

  2. Per un attimo sono stata a Livorno anche io.
    Ti auguro uno splendido 2013!
    Gaia

  3. Pingback: Cin cin | malditestadellimmigrata

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