La vita scorre parallela

Riflessioni di un emigrante sulla contemporaneità delle vite degli altri.

Sono ritornata a casa. Anche se è difficile come sempre dare la definizione esatta di casa, problema già sviscerato in uno dei primi post di questo blog. Così, mentre viaggiavo ho avuto tempo di riflettere un po’, e quando abbiamo imboccato l’uscita per la stazione di Friburgo, sono stata schiaffeggiata da un pensiero inquietante. Partiamo da una considerazione banalissima. La vita scorre, ovunque, per tutti, incurante del luogo. Se mi lascio il posto A per andare al posto B, la mia vita si sposta con me da un luogo a un altro, ma nel posto A tutto continua a procedere, e io raggiungo il posto B, inserendomi nella vita che già vi scorreva. Mi sono incasinata, ma la questione era semplicemente questa: 

ogni volta che me ne vado da Friburgo la vita della città e delle persone prosegue, più o meno placida, solo che io non la vedo e non la seguo. Ogni volta che arrivo a Livorno, finisco in media res direttamente nella vita della città e delle persone che la abitano.

La considerazione, quindi, era banalissima. Un po’ come quello che succede quando si va in vacanza, stacchiamo la spina dalla vita di tutti i giorni e la nostra vita prosegue, per una o più settimane, altrove. Ma quando si va in vacanza a casa propria, o meglio, quando si torna per dei periodi in madre patria, è sempre un viaggio dell’anima. E questa cosa delle vite che scorrono parallele mi colpisce molto di più.

Così ieri ero in macchina, guardavo fuori del finestrino e le strade e le case di Friburgo mi scorrevano sotto gli occhi. Ed è salita subito quella sensazione strana che c’è sempre quando ti ricongiungi a un luogo familiare dopo un po’ di lontananza. I posti sono noti, conosci le forme e ti aspetti i profili delle case, ti aspetti i rumori, i colori, gli odori. Eppure hai uno sguardo nuovo su tutto, perché gli occhi per un po’ non hanno visto le cose di tutti i giorni. Così ieri, in macchina, la città passava davanti a me, veloce, e io mentalmente controllavo che tutto fosse lì dove lo avevo lasciato, mi stupivo di un portone che non avevo mai notato e di un ristorante che secondo me prima non c’era. E il pensiero del fatto che la città aveva continuato la propria vita, indifferente alla mia assenza, mi ha colpita forte.

Perché ogni volta che si parte, in un senso o nell’altro, si fa una scelta, si decide di proseguire la vita altrove per un po’ e di abbandonare la propria vita per una attimo. Ma quando si parte da emigranti, in un senso o nell’altro, per un periodo più o meno lungo, sembra di far parte di quel film che andava tanto di moda quando ero più piccola, Sliding doors.

Torno a Livorno e tutti i miei amici hanno, ovviamente, proseguito la loro vita. A volte ci sono novità, altre volte no. Io torno e so che un tempo sono stata parte di quella città e di quell’intreccio di vite, ma adesso mi sento come una spettatrice attiva. Vedo le vite degli altri, in qualche modo sono forzata a pensare a come sarebbe la mia vita se fossi ancora lì, ma poi mi rendo subito conto che è un esercizio di fantasia troppo complesso. I miei viaggi sono sempre brevi e mai in modalità “vita quotidiana”. Se vivessi a Livorno avrei degli spazi e dei tempi diversi, miei, mentre se ci vado solo qualche volta, sono inevitabilmente in visita, fagocitata da un vortice di cose e persone che normalmente non sarebbe così veloce e caotico. Così risulta difficile immaginarsi immersa nell’altra vita. Ma ci provo lo stesso. Guardo lo stesso i miei amici, la mia famiglia, guardo come vivono, mi interrogo su come gli vanno le cose, su come si evolvano le loro vite di giorno in giorno e su quali siano stati i passaggi più o meno cruciali che hanno determinato il loro vivere attuale.

Torno a Friburgo e la città ha, ovviamente, proseguito la sua vita. Gli amici, quasi tutti stranieri, hanno proseguito la loro vita in vacanza altrove o nei loro paesi d’origine, così lo straniamento è minore, perché in pochi sono rimasti a Friburgo mentre non c’ero. Ma il pensiero mi assale lo stesso. Cosa mi sono persa mentre ero via? Quando si tratta di Livorno è facile rispondere, le cose che non si sono vissute si toccano con mano, nascono i figli degli altri, crescono, gli amici fanno coppia o si lasciano, qualcuno ha traslocato, ha cambiato lavoro, qualcuno ha fatto coming out, i parenti più giovani sono cresciuti o si sono fatti adulti, quelli meno giovani, beh…diciamo che sono più saggi, ma anche più bianchi nella chioma….

Ma quando si tratta di Friburgo? Cosa è successo mentre non c’ero? Qualcuno degli amici è rimasto qui, così presto scoprirò se qualcosa è successo e se qualcosa è cambiato. Nel frattempo mi chiedo se una volta non sarebbe bello e forse anche utile restare di più in questa città, passarci delle vacanze, vivere il quotidiano anche nei periodi non lavorativi, per capire davvero il posto in cui vivo. Certe volte ho l’impressione di non conoscere davvero questa città, di viverci un po’ da ospite, di essere maleducata ad andarmene via alla prima occasione, invece di restare, gentilmente, e farci amicizia davvero.

Forse allora dovrei convertire questo post in una bella lista di buoni propositi per l’anno nuovo, e oltre a cose del tipo:

  • non ammalarmi
  • non frequentare più l’ospedale per i motivi più disparati
  • fare più moto (condizioni fisiche permettendo)
  • mettersi a dieta ( e perdere quei 15 chiletti che mancano per tornare un essere umano normoforma)
  • resistere allo shopping compulsivo e spendere meno
  • essere più ordinata
  • organizzarmi meglio il lavoro
  • non trattare male lui a gratis se mi girano per motivi che esulano dalla coppia
  • volermi più bene
  • curare di più l’aspetto
  • essere meno pigra
  • ecc

dovrei aggiungere anche cose del tipo:

  • restare qualche giorno a Friburgo anche in vacanza
  • fare lunghe passeggiate nelle zone che conosco meno
  • visitare i musei della città (oltre all’unico visto finora…)
  • appena spunta il sole riprendere con quei bei giri in bici che la scorsa estate mi entusiasmavano tanto (chissà se col tutore si può andare in bici…)
  • provare locali nuovi
  • leggere i giornali locali (ne gioverebbe anche la lingua)

Seguendo i buoni propositi per un’emigrazione di successo forse potrei raggiungere la piena armonia col luogo che mi ospita e sentirmi meno estranea ogni volta che mi autotrasporto da Friburgo a Livorno e viceversa.

schiacciata

schiacciata croccante

Intanto mi godo le belle sensazioni del rientro, che per una volta assomigliano a quelle che mi accolgono quando torno in Italia. La calma della  casa tedesca, i tempi scanditi dal quotidiano e non dalla maratona di visite e saluti, i pasti più morigerati e meno da “vacanze di Natale”, la gestione di cose pratiche come cucinare e lavorare invece che la gestione dell’agenda della bimba stile pierre.

Oggi ho addentato con gioia un bel Kürbiskern brotchen (panino coi semi di zucca), quasi con lo stesso gusto con cui due settimane fa mi sono fatta fuori una croccantissima fetta di schiacciata (focaccia bianca con olio e sale). Che la mutazione genetica che mi trasformerà in una crucca d.o.c. sia già in atto?

Kürbiskern brotchen - panino ai semi di zucca

Kürbiskern brotchen – panino ai semi di zucca

8 commenti

Archiviato in il gioco delle differenze, Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

8 risposte a “La vita scorre parallela

  1. Ciao Nicla, rieccomi. Sono pensieri che mi vengono fuori abbastanza stesso: cosa mi sto perdendo là, cosa non sto vivendo a fondo qui. Capitava anche quando stavo in Italia, ma in maniera un po’ meno lacerante, perché i momenti di totale solitudine erano piú rari e piú facili da schivare, là.

  2. Sono pensieri che faccio anch’io spesso, a volte ci si sente un po’ “a metà”, non è facile trovare un giusto equilibrio, ma se ci si riesce è proprio bello😀
    Buon ritorno e buona schiacciata😛

  3. Sono alla ricerca del giusto equilibrio, perpetua ricerca😉

  4. Anonimo

    Io “emigrai” solo da una città all’altra in Italia, ma quel trasferimento di tanti anni fa, fra due città molto diverse, fu una vera emigrazione in un mondo e all’interno di una cultura prima sconosciuti. Come è andata a finire, dopo tanti anni e dopo un periodo iniziale di totale solitudine e scoramento? E’ finita che le rimpatriate nella città d’origine si sono diradate fino a scomparire ed il mondo e lo stile di vita nuovi sono entrati dentro di me senza che me ne accorgessi, come per capillarità. E’ finita che ho finalmente scoperto, con occhi da turista, le bellezze della città natale, che i miei occhi assuefatti da sempre non avevano mai notato, e non vedo più gli splendori della città in cui risiedo ora. E’ finita che, poco tempo fa, ho vissuto alcuni giorni nella mia vecchia casa di bambina con la assurda sensazione di sentirmi estranea in un edificio e in un quartiere che, però, mi suggerivano che, in un’altra vita, lì ero di casa; e non vedevo l’ora di ritornare dove di casa si sentiva la “io” attuale. E’ finita che non ritornerei nel luogo natio ma tutti qui mi dicono che, nel mio modo di fare, si “percepisce” che io non sono di qua (l’accento della parlata non è diverso). E’ finita che il mio centro di equilibrio si è spostato e l’equilibrio è sicuramente aumentato anche grazie a tale spostamento.

    • Grazie per avermi raccontato un pezzetto della tua storia, chissà come sarà per me tra un po’ e in quali altri posti emigrerò ancora. Le tue parole mi ricordano molto le cose che dice spesso mio nonno (anche se credo che vi accomuni l’esperienza ma non il dato anagrafico): lui è “emigrato” dalla zona di Firenze a Livorno a metà degli anni ’50, ed è rimasto “straniero” a lungo – lo chiamavano “il Fiorentino” e il nome gli è rimasto – anche se di km alla fine ne aveva fatti tanto meno di me, e anche se i tempi sono cambiati, quando ci parlo mi accorgo delle tante esperienze in comune. Adesso la sua casa è Livorno, anche se non sarà mai livornese fino in fondo, e i luoghi che un tempo erano la sua casa, sono diventati luoghi vivi nella sua memoria, ma non esistono più (in certi casi anche materialmente).
      Un caro saluto
      Nicla

  5. La Silvi

    Anche se la ‘mia’ distanza è di ‘soli’ 700 km, spesso, soprattutto nei viaggi di ritorno e di ripartenza, faccio queste stesse riflessioni. E tutte le frasi cominciano più o meno così: “E se…”

  6. 700 km non sono mica pochi! Credo che quello di avere sempre in testa “e se…” sia una condizione tipica di chi ha lasciato casa, ma c’è chi mi dice che poi ci si abitua, speriamo!

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