Internazionalismo proletario

O di come gli Integrationskurs integrano gli immigrati tra loro.

Immagine tratta dal web

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Venerdì ho organizzato un pranzo. C’era qui una mia amica di Livorno, venuta a trovarmi per qualche giorno. Così ho pensato che sarebbe stato carino fare qualcosa con lei e con i miei amici di qui. All’inizio volevamo fare una cena, ma poi è emerso chiaramente che la tempistica non era ideale. I vari mariti (uno mio e uno dell’amica- entrambi ricercatori) erano in un momento di orari lunghi all’università. I bimbi di sera sono sempre più noiosi. Allora avevo pensato a un caffè/tè con le amiche ma non so perché in quel momento mi è balenata l’idea che un pranzo sarebbe stato più carino.

Così ho chiamato le amiche italiche, che poi sono anche colleghe, che poi sono anche mamme (non tutte, ma insomma). Poi ho pensato di chiamare quell’amica croata tanto carina che faceva il corso di tedesco con me e che vedo ogni tanto e che ancora non l’avevo invitata dopo la merenda che aveva offerto a me e alla bimba. Poi ovviamente ho chiamata l’amica spagnola, quella con cui ho fatto la mitica scoperta dei vibratori venduti da Müller. Che poi non è spagnola spagnola, ma viene da Tenerife ed è una ventata di sole e allegria (oltre che bella esagerata). Anche lei era al corso di tedesco con me, come l’altra amica italiana e la ragazza croata.  La spagnola però aveva già un appuntamento fissato con un’altra amica, una ragazza tibetana che ha una bimba poco più piccola della mia. Visto che la tibetana l’avevo già vista un paio di volte e mi aveva fatto istintiva simpatia, le ho detto di portare anche lei.

Così alla fine abbiamo fatto questo pranzo, in più riprese, iniziato alle 13.30, offerto poi a chi è arrivato alle 14.30 e poi ancora alle ultime arrivate alle 15.30. Mentre le ultime arrivate finivano di mangiucchiare qualcosa, noi abbiamo inziato coi dolci e poi il caffè e poi le tisane.

Intanto intorno si era generato il caos. 3 bimbi scatenati stavano letteralmente smontando pezzo per pezzo la sala.

C’era il bimbo italiano di 3 anni e passa. C’era la mia bimba di 2 anni (italiana nata a Friburgo). C’era la bimba tibeto-tedesca di circa 16 mesi, nata anche lei a Friburgo. E poi c’era un’altra mamma che per un pomeriggio si godeva qualche ora libera senza il bimbo italo-tedesco di 4 anni e mezzo.

La conversazione era un po’ in italiano, un po’ in tedesco, un po’ in inglese, un po’  perché la mia amica di Livorno non parla tedesco, un po’ perché il livello di tedesco delle varie ospiti era molto diverso, un po’ perché quando metti due italiani nella stessa stanza inevitabilmente inizieranno a parlare in italiano tra loro (possibilmente parlando di cibo o lamentandosi del clima tedesco) e noi eravamo ben in 5, di italiane.

Alla fine ne è uscito fuori un pomeriggio carino, rilassato, pieno di voci e storie, discorsi leggeri e qualcuno più impegnato. Le mie amiche si sono conosciute tra loro e mi sono sembrate tutte contente di aver passato un pomeriggio così. I bimbi si sono divertiti, ovviamente si sono anche un po’ picchiati e hanno litigato per ogni giocattolo, ma credo sia normale (spero!). Abbiamo mangiato, bevuto e riso.

E alla fine abbiamo constatato che, a parte le italiane conosciutesi un po’ per lavoro un po’ per caso, eravamo tutte lì perché avevamo fatto il corso di integrazione di tedesco insieme. E abbiamo scherzato su questa cosa, visto che il corso ci aveva fatte integrare tra di noi, tutte straniere, anche se magari qualcuna sposata/legata a un tedesco.

Poi stamattina ci ho ripensato a questa situazione, ho ripensato al fatto che già in altre occasioni ero stata in contesti internazionali, con gente di tanti paesi diversi, ma era normale, ero in Erasmus. Oppure avevo lavorato con persone di varie nazionalità, ma era normale, lavoravo in una scuola di lingue con insegnanti madrelingua. Oppure avevo fatto cene con gente proveniente da vari angoli d’Europa (e non solo), ma era normale, era una cena di famiglia con amici di famiglia.

E il pranzo di ieri alla fine non era poi così scontato, perché si sa che quando sei all’estero tendi a fare comunità con quelli del tuo paese, oppure riesci ad integrarti con quelli del paese che ti ospita, ma non è banale che si creino situazioni miste, almeno non dopo che il corso di lingua è finito e lo spirito di classe (nel senso di scuola, eh) si è ammosciato.

Mi è piaciuto il clima, mi è piaciuto il sentirmi a casa, per una volta l’aver fatto qualcosa che costruiva il sentirsi a casa intorno a me, invece di rincorrere la nostalgia delle amiche lontane, ne ho avvicinate di potenziali nuove. Senza tradire l’ideale dell’internazionalismo, visto che la rappresentanza era ampia e varia, e senza tradire il proletariato, o almeno la prole, va, anche se magari come categoria rivisto e aggiornato 2.0, come tutto quanto ormai.

10 commenti

Archiviato in cose di mamma, il gioco delle differenze, riflessioni (finto profonde) a caso

10 risposte a “Internazionalismo proletario

  1. christiane barckhausen-canale

    carissima nicla, anche se ho tantissimi anni piu di te, mi ritrovo in questo tuo testo, questo che te hai creato per un pomeriggio in casa tua, e quello che ho cercato di creare nel centro donne immigrate di berlino, che si chiama S.U.S.I, se mai vai a berlino, faci sapere prima e fai una visita al centro, anche se io, forse non ci saro perche la maggior parte dell’anno sto in Molise….ma penso che te potresti fare una bella serata interculturale a SUSI parlando delle tue esperienze a Friburgo..fati viva, il mio mail e chrigio@arcor.de
    un forte abbraccio

  2. Miriam

    .. bello.. sono certa che sarebbe stato per me un pomeriggio stupendo.. mi mancate tutte.. un bacio e un grande abbraccio

  3. Anonimo

    cara Nicla, il tuo spirito (nel senso della scuola, eh) mi va sempre parecchio bene. Ti abbraccio forte.

    • Grazie Alberto! e grazie per i tuoi commenti, che fai nonostante il mio blog ti boicotti e ti metta sempre anonimo…eheh. Forse devi registrarti proprio al sito wordpress per comparire col nome che deciderai di metterti. Un caro saluto

  4. Anonimo

    Scusa, non so perché il programma mi ha chiamato ‘Anonimo’: sono Alberto.
    (Nello spazio qui sotto compariiva il mio indirizzo…)

  5. Riccardo

    mmmm consiglierei di scrivere “alla fine” un po’ meno volte 🙂

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