Crisi di identità improvvise. Ma io, alla fine, che emigrante sono?

E soprattutto, dove sto andando?

immagine tratta dal web

immagine tratta dal web

Qualche giorno fa sono andata alla VHS per cercare un corso di inglese da fare a tempo perso. E mentre mi avventuravo nell’aula per fare il test di inglese, ho visto che c’era anche una collega di italiano in attesa di qualche aspirante studente da consigliare. Così da brava ficcanaso, appena finito il test, mi sono fiondata nell’aula di italiano/spagnolo e mi sono presentata, dal nulla, all’ignara collega.

Convenevoli, frasi di circostanza, qualche domanda di rito e in 5 minuti ci siamo sommariamente raccontate le rispettive vite.

E lei: ah, io rimando tutti a casa! Non ci restare in Germania, no no no!

E io: boh, non lo so ancora, ci sono delle possibilità di andare via da qui, ma trasferendosi comunque in un altro paese ancora.

Mmmh, ma, boh, ma siete (tu e tuo marito) proprio sicuri? USA non ve li consiglio (tizio mi ha detto che…), UK proprio no (mia figlia ci si è trovata malissimo…), forse in Francia che almeno hanno una politica per l’integrazione decente (mi hanno detto…). Ed ha iniziato una filippica su quanto sia difficile integrarsi qui (ma anche altrove). Mi ha raccontato per sommi capi la storia delle sue figlie, nate in Germania, da lei -italiana- e padre tedesco, considerate comunque figlie di un’immigrata italiana, ma che in Italia, quando lei ha provato a tornarci, non erano considerate davvero italiane.

Oltre ad uno spaccato drammatico sulla sua vita, devo confessare che mi ha fatto partire un loop di pensieri inarrestabile. Per sua stessa confessione la signora, veemente ma comunque gentile, si riferiva all’Italia che aveva lasciato negli anni settanta. E in qualche modo mi accusava, come altri “giovani” fuggiti dal Belpaese, di aver abbandonato la propria patria. Questa frase mi ha fatto sorridere e la prima cosa che mi ha fatto venire in mente è la strofa del canto anarchico “nostra patria è il mondo intero nostra legge è la libertà”. Ma a parte la digressione politico-canora, mi ha davvero scatenato una ridda di pensieri.

Su questa cosa dell’abbandono del proprio paese, manco fosse un cane lasciato per strada per le vacanze estive, ci ho riflettuto molto. Sono un’ingrata perché non sono rimasta a lottare per rendere il mio paese un posto migliore? Forse sì, ma forse la domanda è malposta. Perché l’Italia non è una persona, ma è fatta di persone, e questo concetto di patria mi è un po’ indigesto. Sono un’italiana “cattiva” perché ho lasciato il mio paese, anzi i miei conterranei, per andare  in cerca di un posto dove stare meglio, spinta sì, dalla necessità contingente di un lavoro migliore, ma anche da una certa sete di avventura? Se tutte le persone nella mia posizione lasciassero l’Italia, in quanti sarebbero? Un fiume in piena? Chi ci rimarrebbe in Italia?

Ed è giusto parlare di abbandono e di disinteresse a migliorare il paese di origine? Come se questo espatrio, questa fuga, fosse un capriccio, come se la voglia e il desiderio di fare un lavoro per cui si è studiato fosse un vezzo. Mio marito ed io siamo dei viziati, siamo choosy perché non siamo rimasti a raccogliere le briciole di un mercato di un lavoro contratto e paralitico? La signora, povera, non credo che volesse farmi scatenare questo bordello nel cervello. Lei, di sicuro, era in buona fede. Coi suoi rimpianti e le sue nostalgie avrà avuto le sue buone ragioni per consigliare a tutti di tornare a casa. Avrà avuto le sue belle gatte da pelare con due figlie da tirare su e poca integrazione in questa crande cermania. Ma la cosa che più mi è apparsa evidente è lo sfasamento temporale e culturale che c’era tra me e la signora.

Lei raccontava la sua emigrazione e i suoi parametri erano quelli di 20-30 anni fa, così la sua Germania, vista con gli occhi da italiana appena immigrata, era quella di un passato recente, ma non troppo. Lei raccontava l’Italia che aveva lasciato, ed era un’Italia di 20-30 anni fa, con ben altri problemi e contraddizioni rispetto ad ora.

E io? Io racconto un’Italia di 3 anni fa, con qualche aggiornamento sporadico, ma sempre frammentario, mai completo. E racconto una Germania degli ultimi 3 anni, che poi Germania non è, ma è un frammento di una città, in una regione e in uno  stato che conosco poco e superficialmente. E ho nostalgia della mia Italia, di quello che ho lasciato e soprattutto di coloro che ho lasciato. Ma provo anche rabbia. Perché questa emigrazione è un’avventura, mi sta arricchendo e mi sta anche facendo conoscere una me stessa che non sapevo esistesse. Ma insomma, per le avventure c’è l’Erasmus, c’è l’Interrail, ci sono le vacanze. Forse non importa mettere tutto tutto in discussione per viverne una. O forse sì. Rabbia perché alla fine, per rimanere, ci si doveva accontentare. E sembra che per la signora questo rifiuto ad accontentarsi sia un male incurabile. Come se rimanere e accettare qualsiasi lavoro, anche di merda, fosse intrinsecamente legato, non si sa bene come, al tentativo di cambiare il proprio paese, alla lotta per migliorarlo.

Poi la signora sottolineava il fatto che in fondo in fondo la mia situazione non era poi cambiata di molto, che in quanto italiana non avevo ottenuto questo gran lavoro, che di fatto faccio l’insegnante a contratto (semestrale), mi pagano le ore che svolgo, da “libera professionista” senza nessuno dei vantaggi che si hanno qui con un contratto da dipendente (assicurazione sanitaria, pensione ecc). Diciamo che voleva dimostrarmi che non avrei potuto ottenere dei posti di lavoro “buoni” perché ero comunque un’immigrata. Che ero contenta di lavorare alla VHS perché tanto mio marito aveva il contratto buono e il mio lavoro serviva soltanto ad arrotondare. E lì mi sono sentita punta sul vivo. Perché non lo so come sia davvero provare ad entrare nel mondo del lavoro da dipendenti, semplicemente perché non c’ho provato. Ma avevo tantissimi controesempi che dimostravano esattamente il contrario di quello che diceva la signora. Colleghe insegnanti che erano entrate nella scuola pubblica tedesca, altre entrate nella segreteria di qualche scuola privata o alla VHS. E poi diverse donne, tra le mie studentesse, che lavoravano in vari uffici o enti, pur essendo polacche, russe, ucraine, francesi. Questa sua generalizzazione per cui, siccome a lei non era andata bene, allora a tutti va di merda, mi ha fatta proprio infuriare. E anche questo giudicare subdolamente le scelte altrui.

Io, tutto sommato, della mia condizione di insegnante a contratto sono felice. Faccio il lavoro per cui ho studiato, sono stata presa a lavorare dopo dei colloqui seri, mi hanno selezionata in base al mio cv e alle mie esperienze. Ho avuto anche culo, di certo, ad entrare alla VHS appena arrivata qui. Ma a quello non si comanda! E per il mio lavoro, qui, mi è riconosciuta una professionalità. E lavorare alla VHS non è un ripiego per me, come invece forse lo era in passato per tante madrelingua finite per amore o per altro nella fredda e crande cermania. Da questo punto di vista credo che quei pochi minuti di conversazione con la signora siano stati un concentrato di uno scontro generazionale tra emigrate.

Io sono andata via all’Italia perché al mio compagno era stata offerta una possibilità lavorativa che in Italia non sarebbe arrivata mai. E quando sono partita mi sono data un tempo massimo per trovare lavoro nel mio campo (l’insegnamento delle lingue), scaduto il quale avrei cercato un qualsiasi altro impiego (pulizie, lavapiatti, commessa in una gelateria, qualsiasi cosa che non richiedesse una padronanza del tedesco). E invece, prima ancora di partire, appena inviato il cv a varie scuole e all’università, ho ricevuto delle chiamate e delle offerte di lavoro. A quel punto ho capito che anche per me si apriva la prospettiva di un riconoscimento delle mie competenze professionali. E sinceramente non so se per gli italiani immigrati in Germania 30 anni fa si possa dire la stessa cosa. Davvero non lo so.

Alla fine con tutto questo discorso non so neanche io dove voglio arrivare. So solo che ogni tanto ho delle crisi di identità. Sono sempre meno italianizzata perché la lontananza dalla madre patria impedisce quell’assorbimento naturale della cultura quotidiana e paralizza la sensibilità ai cambiamenti progressivi. Ogni volta che torno vedo che qualcosa è cambiato, ma mi manca quel contatto costante che ti fa sentire il polso della situazione. Assorbo qua e là un po’ di germanità, ma poca, perché alla fine la mia esposizione alla società tedesca è limitata. Non mi ci sento immersa davvero. So che la mia permanenza qui è a termine, forse è per questo che il mio inserimento nel tessuto sociale non si è mai davvero evoluto.

E dopo questi 3 anni e rotti, chi sono io davvero? Chi sono diventata? Che emigrante sono? La signora, con il suo tentativo di rimandarmi a casa, mi ha proprio messa in barchetta. Non ho trovato grandi risposte, so solo che sono contenta della scelta (delle scelte) fatte finora, e che questa esperienza mi è, ogni giorno di più, preziosa.

E spero che chi mi legge mi sia grato/a per non aver detto niente del risultato elettorale, che secondo me, sulla questione torno/non torno in Italia, in questo momento non è marginale, ma lascio la politica ad un altro post, che è meglio 😉

Advertisements

20 commenti

Archiviato in cervelli in fuga, italiano per stranieri, Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

20 risposte a “Crisi di identità improvvise. Ma io, alla fine, che emigrante sono?

  1. eccomi… certo che ho riconosciuto la signora in questione… e come non potrei. Anche a me, a suo tempo, mi ha fatto la stessa filippica facendomi girare le palle a mille… hahhah. A me non vennero i rimorsi o i pensieri di essere stata una traditrice, all’epoca non avevo ancora una coscienza come ora… Me lo sono chiesto anch’io dopo aver letto il tuo post, lo confesso… anche se la mia situazione é diversa da quella della sognora in questione e dalla tua.

    • ecco non avevo finito e mi ha pubblicato:
      dicevo… la mia situazione é diversa sia dalla sua sia dalla tua.
      Sono arrivata 17 anni fa. Avevo giá 26 anni sonati e ancora non avevo finito l’universitá perché sono sempre stata randagia… ho fatto un sacco di altre cose e alla fine mi sono decisa a partire per il fatidico Erasmus, cosí per gioco, e per finire il 4 e ultimo esame di tedesco…. Beh devo dire che mi ha cambiato la vita, l’erasmus…Forse perché sono randagia e mi sono sempre sentita cosmopolita, non ho mai avvertito ostilitá nella gente riguardo al mio essere “straniera”. Non ho mai pensato di dovermi integrare… io sono sempre integrata.. cosi la penso. Penso di essermi sempre sentita più straniera in Italia che all’estero. Proprio qua in Germania ho sviluppato una sorta di fierezza nell’essere italiana… un patriottismo a me assai sconosciuto. A 13 anni, dopo la mia prima volta a Londra, decisi che avrei vissuto in Inghilterra… ci ho anche vissuto a Londra, come sai, a 18/ 19 anni… ma poi la vita mi ha portato qui… che strano, mai avrei pensato di venire a vivere in Germania…e nemmeno che mi piacesse…
      La vita per ora mi ha fatto conoscere varie culture e modi di vita, cosí che non mi sono mai sentita straniera, ma neanche mai tedesca… infatti, se molte delle erasmussiane si sono unite a un tedesco… per me é stato diverso… ho passato 15 anni con un norvegese. Cosí due stranieri in terra neutra, abbiamo conosciuto gli antipodi… norvegia/ italia e tutte le difficoltá legatevi. Sinceramente essere legata a un norvegese o a un tedesco non cambia poi molto la situazione… “moglie e buoi dei paesi tuoi” dice il famoso detto… ed é vero— IO LO SO!!! Mi ero illusa di essere straniera, avevo creduto che tante cose italiane fossero esagerate o altro, ma in fondo io voglio restare italiana…
      L’ho capito sempre di piú stando in Germania. Amo essere italiana e ne sono fiera anche se il paese va a rotoli. Noi italiani abbiamo un paio di marce in piú, c’é poco da fare…l’occasione di prendere la nazionalitá tedesca l’ho avuta varie volte (dopo 8 anni si può richiedere), ma non l’ho mai fatto, tanto da europea hai gli stessi diritti.
      … per tornare al tema: non mi sento emigrante per niente, mi sono solo trasferita… infatti sono una di quelle che ha avuto un posto di lavoro fisso e asicurato nella segreteria della VHS… e se avessi continuato, avrei forse anche avuto il posto del famoso mayer… chi lo sa.

      Dipende sempre da come uno si sente. La signora in questione si é sempre sentita straniera, si é sentita “forse inferiore”… ecco perché é stata male. è lei che non ha mai osato… e nulla le é successo. Ognuno é l’artefice del proprio destino. Se vuoi qualcosa… fallo, se sei infelice, fai qualcosa per essere felice, cambia la tua situazione, agisci… se dormi… resta tutto come sempre… e chi, se non te, dovrebbe cambiare la tua situazione???

      Baci 🙂

      • katia

        Ciao, ho letto il tuo blog e l’ho trovato molto interessante… Sto per laurearmi in infermieristica e mi piacerebbe lavorare in Germania per imparare il tedesco, ho visto che ci sono moltissime offerte di lavoro per infermieri in Germania… Sapreste darmi gentilmente qualche informazione a riguardo? Com’è vista questa professione dai tedeschi (es sono giudicati solo come coloro che “puliscono gli anziani”, hanno poca considerazione)? Grazie per l’aiuto 🙂 Katia

      • bella la mia randagia, grazie per aver scritto qui. So che hai capito chi era la collega, ma sai anche che mi ha scatenato una reazione così negativa perché ha un atteggiamento così pessimista e assoluto. Anche se non mi sento randagia come te, capisco quello che mi dici.

      • brizia82

        ciao Maria Grazia,
        condivido perfettamente ciö che dici.
        Il punto e`come uno ci si pone di fronte alle persone e alle situazioni. Senza provare non si va da nessuna parte.
        Io abito in una cittadina vicino Stoccarda e gli italiani che “conosco” sono tutti come la signora che ha incontrato Nicla. Non fanno altro che criticare noi nuovi emigranti e che purtroppo hanno dovuto lavorare in fabbrica. Non hanno avuto le stesse chances che abbiamo noi, bhe“ all“epoca avevano solo frequentato la scuola media o il liceo, non avevano un titolo di studio al universitä.
        A breve sposerö un tedeschino e ovviamente e“ scattata la domanda da parte dei colleghi: bhe` prenderai la cittadinanza tedesca??? Io non la voglio, voglio rimanere italiana. Non sö spiegare esattamente il perche“, effettivamente vivendo qui sarebbe corretto votare anche per il elezioni politiche, questo e` vero. Ma non sö, sento che se cambiassi cittadinanza perderei la mia “Italianitä”, sono fiera di essere italiana anche se m`incazzo quando vedo ciö che sta succedendo.
        Io lavoro solo con tedeschi, sono completamente inserita in una azienda tedesca. faccio esattamente ciö che ho studiato. Bhe“ e devo dire la veritä e` molto pesante, non e` per niente una passegiata… E“ difficile dover essere in ogni momento concentratissima, dover fare tutto in tedesco. E“ come essere perennemente sotto esame…

  2. Mah…sinceramente mi vien da chiedere alla signora se conosce l’ undicesimo Comandamento.
    E poi, scusa, desiderare di progredire o conocere nuove realtá non vuol dire necessariamente fuggire. Patria?
    In questi giorni é meglio lasciar perdere ‘sto vocabolo. Sai in quanti si stanno a rigirar nelle tombe???
    Io qui in Germania sto benissssssimo!!!

  3. Franca

    Siete stati dei bravissimi e coraggiosi ragazzi Anche se a volte c’e’ un po’ di nostalgia per cio’ che avete lasciato non dovete mai guardare indietro. La vita e’ bella dovunque, basta avere accanto le persone giuste e voi tre siete la perfezione!!!!
    (se le dicevi che due 65enni si sono trasferiti negli States ti diceva che eravamo da manicomio?)

  4. Simona

    Nicla! Sai benissimo com’ha vissuto la nostra famiglia, non abbiamo radici, i nonni (tuoi e genitori miei) hanno sempre cambiato paese, città, nazione e noi figlie di conseguenza dietro! E quindi? Come ci dovremmo definire: perenni emigranti? Forse si, ma se è vero il detto: “che la terra è di chi la lavora”, io farei una piccola modifica “la terra è di chi la vive!” La conoscenza, la sperimentazione, il mettersi in gioco è il sale della vita. E poi dove c’è scritto che tutto sia per sempre? Una persona o per scelta o per contingenza si muove, cambia paese, cambia lingua, abitudine, e tutto ciò non può che essere definito “fare esperienza”. Solo quando conosci puoi scegliere e decidere. Io mi sento italiana, lo sono, ma a volte vorrei non esserlo, specialmente in questo periodo, ed è il sentimento di tanti italiani, che vorrebbero emigrare per il disgusto dell’andamento della politica italiana. Ma nonna, nonostante abbia la cittadinanza italiana da una marea di anni, tu come la definiresti: Italiana o russa? Che importanza ha!? Se la vita di offre delle occasioni, perché rinunciarvi? Vai dritta per la tua strada, fai quello che senti di fare. Nelle tue vene scorre sangue internazionale, sei cittadina del mondo, che tu voglia o no: è il dna che ti comanda! 😉 un abbraccio grande

    • che sia il DNA che mi comanda o che sia lo spirito del motto “la terra è di chi la vive” (carino!) resta il fatto che hai ragione, che fare questa esperienza qui mi ha sicuramente fatta crescere e mi ha fatto cambiare la prospettiva sull’Italia. Grazie per il commento ❤

  5. cara Nicla .. ho tante cose da obbiettare alla frustrata signora che hai incontrato..come mezza tedesca e mezza napoletana cresciuta nel cuore della lega lombarda, e vivente in uno sperduto paesino della periferia di Praga ,posso per dire con sicurezza che l integrazione é un problema personale e non sociale..se accetti la tua diversita culturale, la accetteranno anche gli altri, anzi la ammireranno e cercheranno di imitarla…
    per quanto riguarda la mancanza di impegno e interesse per il proprio paese.. beh.. non é il tuo caso, ti ricordo la campagna per il referendum per salvare la costituzione , fatta a Praga…se il nostro paese di nascita non ci ha offerto la possibilita di rimanere, perche sentirsi in colpa? il processo migratorio é naturale e preistorico, ed é un elemento fondamentale per l evoluzione della cultura umana..da che mondo é mondo, si emigra o si invade per cercare di migliorare..anche per questo definitemi esattamente cos é l Italia..quanlcuno puo risponderti, un invasione da parte dei Savoia sul resto del territorio della penisola…parlando di Germania, vorrei ricordare che fino al 1918, citta come Brescia,Norimberga appartenevano all stesso impero… il concetto di nazione varia, geograficamente e politicamente…oggi si cerca di superare i confini della nazione per parlare di Europa…io non mi definisco un emigrata, ma una cittadina Europea.. e mia cara penso che sia per te lo stesso.. con orgoglio e senza sensi di colpa!

    • Mitica Silvia, sei sempre un fiume di energia positiva e multiculturalismo! Grazie per la ventata di ottimismo e per aver rimesso la signora al suo posto (almeno nella mia testa) e cioè nell’angolo dei frustrati! un abbraccio

  6. Io sono andato via dall’Italia senza rimpianti in tempi politicamente non sospetti (o almeno molto meno sospetti di ora :-)).
    Sono d’accordo con te che al massimo puoi andare in un altro paese (Svezia, Danimarca, Francia, Olanda, UK, Svizzera…) ma l’Italia sta andando a picco, ci si può giusto andare per fare qualche giorno di mare e comprare il caffè, la pasta e il Vernacoliere.

  7. Max

    Posto che emigrare non è semplice e va quindi tolto quel velo di romanticismo dal quale chi non è emigrato, pensa sia avvolta la vita dell’ emigrante, non vedo perchè dovresti sentirti in colpa per non essere rimasta a lottare in un paese palesemente in declino. Son sicuro che se potessimo fare un sondaggio 20 anni fa meno giovani diplomati o laureati, compreso il sottoscritto che 20 anni fa era giovine, avrebbero mai pensato di emigrare all’ estero. Oggi invece quanti ci stanno pensando ?
    Max

  8. … Insomma ‘sta signora acchiappa tutti ! Non avere ripensamenti, non siamo certo noi a dover salvare l’Italia! Io ho deciso che non tornerò più a viverci, c’è troppa spazzatura vecchia da smaltire e non avrei il tempo di ritrovarla pulita, la sporcizia è stratificata per bene e comunque penso che il problema è irrisolvibile.
    In ogni caso abbiamo il diritto di vivere dove ci pare e piace, si vive solo una volta, no?
    Dancer

    • la signora, povera, è diventata capro espiatorio ignaro e inconsapevole sulle pagine di questo blog. Speriamo che non ci capiti mai e che comunque non ci si riconosca (ma è impossibile non riconoscerla). Beh, hai proprio ragione, si vive una volta sola e vale la pena di stare dove si sta bene (questo non zittisce proprio tutti i miei sensi di colpa e le paranoie, ma aiuta) 😉

  9. Anonimo

    Secondo me ognuno fa le proprio scelte e nessun si deve permettere di giudicare, ne la signora che e’ arrivata qui prima di te ne nessun altro. Io sono qui (in Germania) da un anno, inizio adesso ha capire/parlare qualcosa di tedesco, lavoro come dipendente in una azienda tedesca parlando solo in inglese. Mi hanno proposto questo ruolo dall’Italia nonostante avessi meno di 30 anni e un figlio di neanche un anno, e mi hanno fatto subito contratto tempo indeterminato. Ditemi se questo sarebbe successo in Italia. Magari si ma non sono cosi sicura. Non mi sento integrata certo, ma non mi sentivo integrata neanche a Milano nonostante sia nata e cresciuta li, ma credo dipenda da come sono fatta. E sinceramente non mi ci trovo neanche male da “non-integrata” perche ogni giorno e’ una scoperta, una nuova esperienza,una parola nuova che imparo, una nuova persona che conosco…
    Ps anche io ogni tanto ho dei momenti di malinconia ovvio, piu di tutto mi mancano le persone che ho lasciato e la mancanza di relazioni sociali,ma so che non posso avere tutto.

commenta se ti va

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...