Nostalgia che (per una volta) non mi appartiene

Stamattina mi sono svegliata un po’ storta. Non nel senso di cattivo umore (anche se a Livorno si direbbe proprio “ti sei svegliata col bu’o storto”) ma proprio nel senso vero del termine: con un po’ di torcicollo e in generale non in formissima. Poi la bimba, che il fine settimana ha la sveglia puntata tra le 6 e le 6 e mezzo, stamattina si è svegliata all’alba, sì, per il latte, ma poi bella al calduccio addosso (letteralmente) al su babbo, ha continuato a dormire beata – lui mi sa un po’ meno. E visto che è lunedì alle 8 passate ancora non si svegliava. Ho provato con carezze, sussurri, qualche scossettina, ma nulla. Ho provato a prenderla per la gola, informandola che andavo a fare colazione, argomentazione che fa sempre leva, visto che è una sorta di aspirapolvere – come si può vedere qui–  ma non ha funzionato:

-Sara, mamma va a fare a colazione.

– E io no!- e si è rigirata, tipo bozzolo, nella sua copertina morbida e sdrucita.

La prima copertina della bimba

La prima copertina della bimba

Falliti questi primi tentativi sono andata davvero a fare colazione, ma pochi minuti dopo mi ha chiamata piagnucolando, voleva qualcosa, un libro, o un film, secondo me era ancora nel dormiveglia. E sempre nel dormiveglia, quando ha finalmente percepito la mia presenza, mi ha detto, con la vocina impastata di sonno e di sogni: Mamma, io vojo il mare mio, mi ci porti? Gelo. – Ma tesoro, siamo a Friburgo, non c’è il mare il qui. – Ma io voglio il mare mio, a Livorno, ci andiamo?

Un’ondata di tenerezza e di nostalgia di riflesso mi ha travolta. Mi sono immaginata che avesse sognato qualcosa o qualcuno, o che si ricordasse di aver visto su skype nonni e zii la sera prima e che quindi avesse fatto il collegamento: resto della famiglia = posto dove c’è il mare, cioè Livorno. Le ho detto che tra qualche settimana ci andremo, che potrà andare in spiaggia a raccogliere i sassi e cacciare i granchi, che pare siano le attività più fiche e più gettonate degli ultimi tempi. Poi però mi sono fermata a pensare e ho realizzato che questa sua frase, stamattina, mi aveva smosso qualcosa. Da una parte c’è questa cosa del cuoredimamma che ogni giorno ne subisce una, e ogni segno di indipendenza della prole è allo stesso tempo una vittoria e uno strappo al cuore. E ogni giorno lei è sempre più indipendente, essere umano sempre più definito, coi suoi gusti, il suo carattere, le sue preferenze spesso diverse dalle mie, i suoi desideri spesso diversi da quelli che io desidererei che desiderasse, le sue fisse a tratti incomprensibili. E ha le sue idee, racconta le sue storie e le sue bugie, accumula esperienza, anche lontana da me, e mi rende orgogliosa. Così quando siamo separate nutro questo sentimento bipolare: sono contenta che stia bene senza di me, perché vuol dire che è serena, non ha ansie da abbandono, è indipendente, e allo stesso tempo provo una punta di delusione: ma come, non sta tutto il giorno a cercare la sua mamma lontana? per fortuna non lo fa, e la delusione me la ingoio di volata e passo oltre. E anche quando siamo insieme, niente, mi godo questa sua crescita e questo suo sviluppo. Ma stamattina è stata una novità. Cioè, a due anni e pochi mesi, lei coltiva le proprie nostalgie. E sono le nostalgie che ho cercato di non passarle, anche perché non credevo che il concetto di nostalgia potesse attecchire in lei, almeno non ancora. Così ho dovuto guardare in faccia questa cosa. Lei stamattina, nel dormiveglia, nel sonno, in quel limbo mattutino che ti accompagna prima della veglia vera e propria, ha avuto un forte desiderio di mare, e probabilmente di Livorno. A due anni prova già quelle cose che io (e probabilmente lui, e probabilmente altri milioni di emigrati dall’Italia) hanno iniziato a provare da adulti. Sarà bene, sarà male, chi lo sa. So solo che la sua di stamani non era la mia, di nostalgia. Ho voglia di mare, quello sì, e anche di famiglia, e anche di caldo e di sole, che qui ci stiamo a gelare le chiappe e bagnare i piedi a fine aprile, e la cose è deprimente. Ma stamani proprio non ci pensavo. No, proprio no. Stamani c’erano altre cose che si agitavano in me. Ieri sera avevo letto un po’ notizie, spulciato qualche post su Facebook, e quello che avevo colto qua e là mi aveva depressa terribilmente.

La notizia di cronaca, tristemente nota a tutti, dell’uomo che era andato a Palazzo Chigi per sparare ai politici, mi aveva profondamente colpita. Perché si tratta di una quelle notizie che ti schiaffeggia in faccia e che ti fa realizzare che sei davvero andata via dall’Italia, così lontana da non sentire più sulla pelle e sottopelle il disagio e la disperazione che c’è. Perché poi, diciamoci la verità, quello che succede in Italia mi tocca, mi indigna, mi colpisce, mi emoziona, mi coinvolge, mi interessa, ma sono fatti che succedono pur sempre in quello che è contemporaneamente il mio paese, ma anche il mio ex paese. E da questa nuova collocazione, fuori dall’Italia, non si scappa. E le notizie tragiche come quelle di ieri, questo fatto del non abitarci più in Italia, te lo sbattono in faccia. Oltre a farti capire che la situazione è ancora più dura e difficile e disperata di quanto si possa evincere dai giornali e dai racconti degli amici e della famiglia che in Italia ci stanno ancora.

Poi leggi che su un blog amico, la disoccupazione ingegna, la reazione è simile alla tua, di indignazione e profonda tristezza, e leggi un articolo breve e illuminante, nel senso che ti dice cose che già sai, ma per sentito dire, ma scritte nero su bianco e ti fa capire che le tue emozioni rispetto alla cronaca di ieri forse non sono così forti e strane perché stai all’estero, forse lo sono anche per gli italiani che in Italia ci sono rimasti, nonostante il disagio e il dramma lo vivano tutti i giorni sulla propria pelle. E qualcuno, la pelle, per disperazione ce la lascia proprio.

Poi leggi un articolo che una cara amica ha messo su facebook, sulla questione degli aborti in Italia, e rimani scioccata. Io sono rimasta a bocca aperta, leggendo mi sono commossa, arrabbiata e incazzata. E ho pensato che fosse una cosa da barbari, che ogni anno su questa cosa dell’aborto e della 194 in Italia si torna indietro come i gamberi e che tutte le cose a cui avevo partecipato sul tema, in passato, per sensibilizzare, per fare delle campagne di informazione, per difendere quella legge, pure imperfetta, non fossero poi così “estremiste” o fuori tempo, anzi, forse lo erano state troppo poco. Mi sono cascate le braccia. Anche perché quando avevo 18, 20, 25, ma anche 28 anni, per me si trattava di questioni di principio, si trattava di difendere diritti basati su ideali nei quali credevo. Ma quando poi di anni ne ho avuti 30, 31 e specialmente (e purtroppo) 32 sono diventate cose che ho toccato con mano. E sono stata felice di essere stata cresciuta con la convinzione che la donna avesse diritto di decidere del proprio corpo. Perché questa convinzione, questa consapevolezza, questa “certezza” di avere diritto al rispetto e alle cure quando, oltre ad essere donna, sei anche mamma, o mamma in potenza, mi ha aiutata a superare momenti difficili, che con la IVG poco hanno avuto a che vedere, ma col corpo, l’autodeterminazione e la maternità c’entravano eccome. E sapere che la situazione italiana sul tema di interruzioni volontarie di gravidanza e di aborti terapeutici è così difficile e drammatica, mi ha messa di fronte al fatto che negli ultimi anni ho lasciato perdere. Negli ultimi anni sono stata a Friburgo e i trascorsi da militante diciamo pure femminista sono diventati il passato. E poco importa se ogni tanto ho letto e mi sono informata, di fatto ho perso il filo, come in tante altre cose. Ed ecco che arriva un altro bello schiaffo in faccia. E quasi quasi la sensazione è quella di un macabro sollievo al pensiero di non viverci, adesso, in Italia.

Per tutti questi motivi, così carichi di cronaca, di passato, di politica e morale, stamani non potevo condividere appieno la nostalgia della bimba. L’ho invidiata, non per il sentimento della nostalgia, e nemmeno per il sonno prolungato. L’ho invidiata per l’innocenza e la purezza della sua nostalgia. Per il fatto che per lei i luoghi siano ancora luoghi, le persone siano persone e a questi due concetti siano legate sensazioni di benessere, o malessere, e basta. Non c’è quel miscuglio complicato che si crea quando si cresce. Non ci sono gli intrecci inestricabili tra Livorno, la famiglia, ma anche la disoccupazione, la crisi e i problemi dell’Italia. E mi è dispiaciuto non poter provare la sua stessa pura nostalgia.

Oggi, in questo lunedì grigio e freddo, con un mare di  cose da fare, commissioni da sbrigare, case da trovare, traslochi da organizzare, calendari da pianificare, appuntamenti da confermare e chi più ne ha più ne metta, mi sono concessa questo tempo per riflettere e scrivere, sperando che non sia tempo sprecato, ma che possa aiutarmi a rimettere di nuovo a fuoco l’immagine del mio (ex) paese, che non so se sia sfocata per colpa mia o se proprio perde consistenza perché si sta sfasciando. E con questa bella vena di allegria, auguro una bella settimana scoppiettante a tutti😉

5 commenti

Archiviato in cervelli in fuga, cose di mamma, Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

5 risposte a “Nostalgia che (per una volta) non mi appartiene

  1. Franca

    Nicla mi hai fatto venire anche a me la nostalgia, brava scrittrice come sempre Ti auguro una felice settimana Un abbraccio a voi ed un bacione a Sara la ostalgica. PS E’ il salmastro nel sangue che si fa sentire.

  2. Franca

    ho scritto mi…… a me La mia prof d’italiano si stara’ girando nella tomba Scusami mi sono appena alzata ed il cervello e’ancora in dormiveglia

  3. Come sempre un bellissimo post…Complimenti Nicla, sei genuina e un continuo spunto di riflessioni. Tu e la tua bimba!🙂

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