Elogio della noia ospedaliera

Per qualche momento ho pensato di iscrivermi a un concorso di sfiga. Una cosa tipo sfigometro, dove una giuria raccoglie le informazioni sulle sventure, le sfortune e gli incidenti dei concorrenti e poi valuta il grado di sfiga secondo vari parametri – che ne so, generale, personale, familiare, lavorativo, delle malattie, dei mezzi di trasporto. Ho pensato che potrei essere una valida concorrente.

In realtà non sono poi così sfigata. Il punto è che in questo momento sono ricoverata all’ospedale, per polmonite, e allora ho una vaga tendenza a vedere il lato buio delle cose. Ma come dice una mia amica, basta poco e il mio insopportabile ottimismo, il mio insopprimibile spirito da Pollyanna riemergerà e tornerò a vedere il lato bello delle cose.

Quindi, per andare con ordine che c’è da dire? In realtà dall’inizio dell’anno non avevo avuto tante disavventure, quindi pensavo ormai di esser fuori concorso, dopo aver avuto un ottimo 2012 di merda che secondo me mi dava credito per qualche annetto di tranquillità.

Quindi la Pollyanna che è in me mi suggerisce che questo ricovero sia solo un episodio isolato e mi spinge a trattarlo in quanto tale.

Il contesto: sono a Friburgo, il calendario dice che è primavera, il meteo dice che è autunno inoltrato con giornate atipiche che spuntano fuori rare regalando sbalzi di temperatura di circa 20 gradi. Io conduco la mia vita tranquilla, passo il tempo con la mia bimba, la sera faccio le mie lezioni di italiano, faccio qualche lavoro da casalinga, sbrigo commissioni varie per l’incombente trasloco internazionale. Deciso che la settimana migliore per partire per Brighton è la prima di luglio, chiamo le ditte di traslochi per un preventivo, chiamo le agenzie immobiliari a Brighton per prenotare visite alle case in affitto, chiamo le varie ditte che ci forniscono servizi qui in Germania per assicurarmi di essere in tempo per le disdette. Per qualche giorno mi sembra di essere tornata al mio vecchio lavoro di segretaria, e provo un’intima soddisfazione nel vedere che c’è ancora qualche barlume di efficienza nel mio cervello offuscato dagli ormoni della gravidanza.

Ah, già, la gravidanza. C’ho una bella pancia di cinque mesi, quasi sei. Due tette come due cocomeri, che sembrano rifiutare qualsiasi imbracatura di dimensione umana (se penso alle dimensioni possibili nel futuro allattamento, svengo). Vado in bagno ogni 10-30 minuti. Sono vittima di un’incurabile stanchezza. Ho seri problemi di concentrazione. Passerei le ore semplicemente arenata su un letto o un divano ad aspettare amorevole di sentire quei colpettini di bimb* minuscol*, ancora deliziosi per poche settimane, prima di diventare un pungiball umano montato al contrario. Mi godo la mia bimba che mi chiede cosa fa “il mimmo piccolo piccolo nella pancia di mamma” e che mi spiega con dovizia di particolari che quando uscirà dalla pancia, e sarà piccolo piccolo (secondo lei tipo un chicco riso…), lei ci giocherà, gli canterà “ninna nanna ninna oh, questo mimmo a chi lo do”, gli darà il latte, ma non col biberon di Sara, sia chiaro, ma con la puppa di mamma. Temo che sia un quadro idilliaco e che più che ninne nanne ci saranno tentati soffocamenti e crisi di gelosia, ma è bello lasciarsi cullare dalla sua attuale ingenua dolcezza.

Insomma, questa gravidanza procede, sembra tutto a posto e io sembro navigare in placide acque sicure, seppure trafficate di impegni e cose da fare. Tutto questo quando…quando mi arriva il mal di gola. Un bel mal di gola di quelli che la mattina ti pizzica un pochino e all’ora di pranzo c’hai i vetri frantumati che ti grattano la gola. Mi sento un po’ giù, sto poco bene, e allora cancello il corso serale, che mi pare cosa buona e saggia. Il giorno dopo è il primo maggio e allora avrò almeno un altro giorno di ripresa. Nei giorni vengo stesa da un raffreddore fantastico, di quelli che ti chiudono anche le orecchie, ma almeno il mal di gola passa. Poi nel fine settimana la bimba ha la febbre, il tempo fa schifo, ma alla fine non butta malissimo, visto che a parte il vicino di casa originale  , riesco ad avere una bella serata di libera uscita, e riusciamo a fare già un po’ di scatoloni preventivi. Ma la tosse arriva inesorabile e mi offusca la tranquillità del fine settimana. La domenica sera sono uno straccio. Lunedì mi premunisco e cerco delle sostitute per i miei corsi. E vado dalla dottoressa: “Eh, signora mia, una bronchite, ma leggera, beva molto, si prenda il miele col tè caldo o col latte, si riposi, non si strapazzi. Mica le posso dare gli antibiotici in gravidanza. Se peggiora, torni da me.”

Ma io resto uguale fino a giovedì, fino a che, colta da una stanchezza insormontabile, vengo anche stesa da un bel febbrone. Peccato che sia festa, e quindi niente dottori. E non ero certo da guardia medica. Aspettiamo. Il giorno dopo vado dal dottore, il sostituto, che la mia, piccina, faceva ponte. E lui, placido: “Eh, signora mia, una bronchite, beva molto, si prenda il miele col tè caldo o col latte, si riposi, non si strapazzi. Prenda il paracetamolo se la febbre si alza ancora di più. Mica le posso dare gli antibiotici in gravidanza. Se peggiora, vada alla guardia medica.”

Morale della favola, peggioro, sabato, la febbre non scende, e la stanchezza mi stende, e mi fa male tutto, e sono una schifezza da vedere e da annusare. Ma soprattutto non trattengo i liquidi. Sudo. Sabato vomito anche. Ma poi sembra iniziata la ripresa, la febbre cala. Ma io continuo a non dormire e a stare a pezzi. Domenica mattina mio marito, dopo l’ennesimo attacco di tosse, mi impacchetta e mi porta alla guarda medica. Il dottore appoggia lo stetoscopio per 2 secondi e mi diagnostica una bella polmonite.

Ora, io, ai due dottori che mi avevano visitata rispettivamente 6 e 2 giorni prima, che gli dovrei dire (o fare)?

Ero disidratata e mi hanno ricoverata. Quando è balenata l’ipotesi del ricovero, io ho pregato che mi ricoverassero. Ho fatto anche una bella scena drammatica al dottore della guardia medica, unendo la mia voce temporaneamente da trans, con il mio ottimo tedesco, reso fluente da 39 di febbre, e le mie arti drammatiche da italiana. Mi stupisco che abbia capito una parola di quello che ho detto.

Ma dal ricovero ho rivisto la luce. Letteralmente. Idrata, nutrita, curata, e seguita, come a casa non era materialmente possibile. E soprattutto rincuorata che non stavo morendo di tisi (ho visto troppe volte Moulin Rouge, lo ammetto…).

Ho visto anche un certo sollievo sul volto di lui. E già quello mi è parso un passo avanti.

E ora, finalmente, sono qui all’ospedale e  MI ANNOIO ed è bellissimo. Ho ore ed ore di niente. Dormo. Mi riposo. Leggo qualcosa. Ho anche la fortuna di avere la connessione in camera e lui mi ha portato la mia appendice argentata, cioè il mio portatile. Sono un pascià. E soprattutto riprendo fiato. Gli ospedali sono una brutta cosa, ma ci sono delle volte che ti rimettono a posto la prospettiva sulle cose.

Per farmi visita si doveva acconciarsi più o meno così - immagine tratta dal web

Per farmi visita si doveva acconciarsi più o meno così – immagine tratta dal web

Sono stata isolata finora, quindi non è un discorso sulla malattia, sul vedere gli altri che stanno male, o cose così. Anche perché sono in ginecologia e a pochi metri da qui nascono i bambini, quindi il reparto più bello di un ospedale. Non, è più un ragionamento di fluire del tempo. Della noia dello stare all’ospedale, ma allo stesso tempo del rivalutare per una volta un ritmo fatto da altre cose. Da una parte è snervante essere dipendenti da orari che altri decidono per te e non sono uguali ogni giorno. Dall’altra è un sollievo, una cosa in meno a cui pensare, una leggerezza che non c’è nella vita di tutti giorni.

Poi ovviamente, io non ho avuto niente di grave e so che dovrò stare qui solo altri 4 o 5 giorni, quindi il mio punto di vista è parziale assai.

In ogni caso, mi sono spaventata un po’, ora mi sento meglio e sono sollevata e direi che posso aggiudicarmi un buon punteggio per quel che riguarda le permanenze in ospedale. Negli ultimi due giorni è stato anche buffo essere trattata come una lebbrosa, tutti che entravano con le mascherine, i camici, i guanti, pareva un film. Ma i lati divertenti sono anche altri, ci sono i pasti tedeschi e le strane abitudini del personale che lavora qui. Però ho deciso che mi riservo queste perle per un post a parte, dedicato😉

Le iscrizioni allo sfigometro sono aperte, accorrete signori, accorrete!

7 commenti

Archiviato in cose di mamma, il gioco delle differenze, riflessioni (finto profonde) a caso

7 risposte a “Elogio della noia ospedaliera

  1. Anonimo

    sono contenta che stai meglio goditi il non far niente,baci.

  2. Anonimo

    non sono anonimo ,sono la tua mamma.

  3. moraninocaterina@virgilio.it

    Ciao nicla finalmente ho beccato il post diciamo al volo baci mamma

  4. veronica

    Non lo hai messo, che Pollyanna sei, eh, timidona? Ma hai fatto bene, è un blog per persone educate, questo…
    Comunque è capitato anche a me. Dopo due notti che non dormivo, con tutto l’antibiotico, la flebo, il catetere, la fifa per l’intervento, il clic clac dei macchinari e la lucina sempre accesa, io alla terza notte ho dormito come un pascià.🙂
    Che leggi, piuttosto?

  5. Pingback: Di caldo, pance grosse e veleno gratis per Belen | malditestadellimmigrata

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