Prosciutto, russi a frotte e babbi fighi- cronaca (ritardataria) di una settimana in ospedale

Paese che vai, ospedale che trovi, direi che è una massima che si adatta bene alla situazione.

Mi ero passata una bella settimana in ospedale e nell’attesa di essere dimessa, mi era salita incontrollabile la voglia di fare un bel bilancio di questa settimana. Poi il post era rimasto in bozza e finalmente ho trovato, solo adesso, la concentrazione per finirlo.

Ora, purtroppo c’è da dire che negli ultimi due anni le degenze mie (o di familiari stretti) sono state troppe, troppo frequenti e spesso insopportabili, come solo gli ospedali e le malattie sanno essere.

Ma a questo giro, pur nella sfiga cosmica che sembra perseguitarmi, alla fine ho avuto uno sguardo più rilassato sull’insieme e posso permettermi qualche digressione.

Da dove iniziare? Dal tasto dolente del rancio? Ma sì, spariamo a zero sul rancio, che quando si tratta di ospedali viene sempre bene. vassoio_ospedale

Nell’immaginario dell’italiano medio che abbia mai dovuto spendere un giorno di degenza all’ospedale o che abbia fatto visita a qualcuno, il cibo tipico che viene servito appartiene ad una categoria ben precisa. Roba in bianco. Senza sale, senza sapore. Pappine, pastine in brodo, minestroni, riso bianco, pasta in bianco o al pomodoro, carne lessa, fettine ai ferri. Verdure lesse o purè di patate. Frutta o due mele cotte. Insomma, una botta di vita. Ma comunque tutta roba leggera, o ritenuta tale.

Nel caso, invece, di questo giretto all’ospedale, ho avuto molte sorprese. C’era un menu settimanale dal quale si poteva scegliere la combinazione delle pietanze, ovviamente se non c’erano indicazioni mediche a seguire un regime alimentare speciale. C’è da dire che ero ricoverata nel reparto di ginecologia e ostetricia e che quindi non c’erano solo pazienti malate, ma anche donne con problemi legati alla gravidanza, oppure puerpere o donne in attesa del cesareo, quindi tutto sommato persone che stavano abbastanza bene.

E quindi questi menu offrivano piatti improbabili, tipo cannelloni al pesto o zuppe di riso e verdure indianeggianti. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato il maiale. Maiale a palate. Praticamente un giorno sì e un giorno no. E parlo del pranzo. Perché la cena, quella, era solo di affettati. Sia che mi portassero il vassoio in camera (come i primi giorni in cui ero in isolamento) sia che andassi al buffet, c’erano solo e soltanto affettati e formaggi. Accompagnati da improbabili insalatine di cetrioli in salamoia o peperoni crudi. Quindi mi sono chiesta: ma possibile che questi mangino prosciutto tutte le sere? O addirittura lyoner o altre cose del genere? Affettati, che fossero di maiale o di altra bestia, sempre affettati sono, piuttosto grassi, lavorati, insomma, una cosa che non definirei da dieta quotidiana. Al quinto giorno mi sono fatta portare degli avanzi da casa (arrivati direttamente dall’Italia, col babbo santosubito, mangiarini fantastici preparati amorevolmente dalla suocera). Sono rinata. Ho mangiato quel tacchino arrosto con le zucchine ripiene come fosse il mio ultimo pasto in terra. La domenica i miei amici mi hanno portato un hamburger. Altra goduria.

Ma le stranezze non erano solo alimentari.

Che poi di stranezze vere e proprie non si può parlare, nel senso che ogni posto c’ha le sue abitudini e la propria cultura e semplicemente alcuni paragoni fanno sorridere.

Intanto io sono stata messa in un’ala nuovissima di ginecologia all’Uniklik, visto che ero contagiosa mi avevano messo in isolamento e stavo in una stanza singola, tutta per conto mio.  Stanza per due, col bagno privato, grande, nuova e pulita. E già qui si potrebbe fare un paragone con una stanza italiana, ma tralasciamo che è meglio. Ma questa cosa dell’ospedale nuovo di pacca è fantastica ed è molto tedesca. Perché alla fine faccio comunque un paragone, seppur ristretto. Dopo la mia degenza tedesca sono andata a Livorno e durante le mie tre settimane marittime ho fatto un paio di visite mediche. La seconda visita era al nuovo reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale di Livorno. Eh sì, in quello che era il vecchio, mitico e famoso Ottavo Padiglione, quello di psichiatria, c’hanno traslocato ginecologia, dopo una bella ristrutturazione di sana pianta. E la differenza si vede. Si vede proprio che è stato rinnovato da poco.

Eppure, c’è sempre un eppure. Io sono stata solo al piano terra, dove il segno del rinnovamento è palpabile. Ho fatto solo 5 minuti di sala d’aspetto, poi la visita. Ma in quei 20 minuti totali spesi in quell’angolo di piano terra, non ho potuto fare a meno di fare paragoni. Era tutto nuovo, è vero, ma c’era una certa aria di trasando. E la conferma l’ho avuta quando sono andata in bagno. Il pulsante dello sciacquone era rotto e c’era un cartello scritto a pennarello che indicava come fare a tirare l’acqua. Non c’era la carta igienica. Il distributore della carta asciugamani era inceppato e la barra di plastica era rotta. Si vedeva che quel posto era stato sistemato da poco, l’arredamento era nuovo, così come gli accessori, eppure era già trasandato e con diversi pezzi rotti o mancanti. E questa cosa mi ha messo un sacco di tristezza. Mi ha fatto sentire forte sulla pelle quella cosa così banale eppure evidente che mi è così chiara da quando vivo in Germania e cioè che “i tedeschi c’hanno i vaini”, cioè i soldi. E li spendono. Senza lesinare. Per i servizi e per il mantenimento dei servizi. E questa differenza si sente, e quando torno in Italia, fa male. Perché anche quando vedo le cose un po’ sistemate o qualche investimento finalmente andato a buon fine, ci vuole poco perché quel nuovo sappia già di incuria. E quindi forse non è solo questione di averci i soldi, ma anche di tenere bene le cose. Questione di cura delle cose comuni.

Ma non inizierò certo un pippone sull’educazione civile di tedeschi e italiani, proprio no. Piuttosto passerò all’altro aspetto delle peculiarità viste in quella settimana ospedaliera. E cioè i russi e i babbi fighi.

E sì, perché di russi ce ne erano a frotte. Pure in camera mia ce ne era una, negli ultimi due giorni, quando ormai mi avevano trasferita tra i comuni mortali perché si erano sincerati che non avessi la nuova Sars. Russi ovunque. Tirando le somme potrei dire che c’erano ricoverate più russe che tedesche. Credo si tratti di un vero e proprio fenomeno di turismo medico, perché a ripensarci ho visto un’agenzia, qui vicino a casa, con l’insegna scritta solo in russo, che si occupa appunto di fornire vari servizi, tra cui quello di “turismo medico” o cose del genere. Mi sfugge il meccanismo per cui questa cosa funzioni, visto anche che il sistema sanitario tedesco mi pare complicatissimo, ma è un dato di fatto che all’ospedale dove ero ricoverata c’erano tantissimi russi anch’essi ricoverati. Era abbastanza surreale come situazione. In certi momenti non pareva nemmeno di essere in Germania.

Ma la cosa più interessante erano di sicuro i babbi fighi. Interessante non solo perché ho potuto così distrarmi un po’ dalla mia triste condizione di malata, ma anche perché dà lo spunto per parlare di una cosa che sembra un’enorme differenza culturale.

La mattina c’era il buffet della colazione, e tra russe di varie generazioni, tedesche più o meno incinte, libanesi col velo e parenti sparsi che spaesati mettevano insieme una colazione per qualche degente, a un certo punto mi spunta fuori un tipo bello, alto, slanciato, vestito con una via di mezzo tra una tuta e un pigiama, accompagnato da un bimbo di 2-3 anni, pure lui pigiamato. E tutti assonnati, stropicciandosi gli occhi, si gettano sul buffet. Evidentemente avevano passato la notte lì, probabilmente la moglie-mamma aveva partorito o stava per oppure l’avevano operata, e loro si erano avvalsi del diritto di stare con lei in stanza. Beh, chi se la immaginerebbe una scena del genere in Italia? Il babbo che si fa la notte col figlio nella stanza della compagna? E poi, bello come il sole, se ne va al buffet a fare colazione e la porta pure a lei? Col bimbo che, placido, lo aiuta a prendere i panini per la mamma? Io non me la figuro una cosa del genere all’ospedale di Livorno, non so nemmeno se è tecnicamente possibile. In ogni caso, oltre ad essermi rifatta gli occhi, mi si è anche allargato il cuore, perché mi è sembrata una bella cosa.

E trovare una bella cosa in un ospedale credo sia un momento prezioso 🙂

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3 commenti

Archiviato in il gioco delle differenze, in giro per la Germania e per il mondo, riflessioni (finto profonde) a caso

3 risposte a “Prosciutto, russi a frotte e babbi fighi- cronaca (ritardataria) di una settimana in ospedale

  1. christian

    A Berlino possono passarti salumi ,cannelloni e via dicendo… peccato che ti fanno un operazione con anestesia totale e dopo, quando la degenza è finita e tu richiedi gli esami del sangue per poterli portare in italia loro ti rispondano : “Esami del sangue? non li abbiamo fatti gli esami del sangue”!!!!!!!! COSA????? tu mi operi con tanto di anestesia totale senza nemmeno sapere che gruppo sanguigno abbia? mi spiace ma nemmeno nel villaggio più sperduto dell’africa farebbero cose del genere.. a voi la scelta!

  2. Anonimo

    Christian, la stessa cosa è accaduta alla mia ragazza. Non so se dipende dall’ospedale o dalle assicurazioni, ma di una cosa sono sicuro. Farò ferro e fuoco per farmi operare in una vecchio, disorganizzato e trasandato ospedale italiano se mi volessero operare senza esami del sangue completi.

  3. veronica

    ho avuto l’onore di essere ospitata ben due volte in due anni nell’ospedale di livorno. prima volta, rancio orrendo orrendissimo, ma veramente ti chiedi come facciano a cucinare così male. come fanno? seconda volta, beh… tè, e qualche marmellatina, per una settimana, quindi non so. comunque veramente, è un mistero. come fanno a cucinare così male?

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