Saluti, nostalgie e stress vari da emigrazione – a presto Livorno

A Livorno ci sono stata 3 settimane e ho trovato un tempo schifoso. Il primo giorno in realtà ho beccato una giornata bella, anche se ventosa e sono riuscita ad andare al mare. Tutto era intonato al mio umore, uscita dall’ospedale crucco e subito partita, il giorno dopo, per Livorno. Arrivata la sera ero distrutta, ma mi pregustavo una bella vacanza/convalescenza livornese a maggio, fatta di caldo, di sole, di mare, cibo buono, riposo e cure familiari. Quindi il giorno dopo l’arrivo, svegliata con un bel sole e un po’ di vento, ho pensato che i miei desideri si fossero avverati e mi sono lanciata fuori, verso il mare, con la bimba. Ora, magari lanciata è un eufemismo. Avevo l’affanno post polmonite, la pancia di 22 settimane, la stanchezza del viaggio e l’energia di un bradipo. Ma insomma, lo spirito era quello. E come dicevo il tempo era intonato al mio umore.

Raggiunta la spiaggetta di Antignano la bimba ed io eravamo in compagnia della mia mamma e della mia zia, e ci siamo godute il sole e l’aria di mare. Frizzante. Di casa. Una meraviglia. Nonostante non fosse caldissimo, la bimba non ha sentito ragioni, e uno strato dopo l’altro si è spogliata. Alla fine si è anche inzuppata nell’acqua fredda. Il massimo è stato quando è uscita tutta corrucciata dall’acqua e si è avvicinata alla zia e le ha detto: “Zia Simona, è ghiaccia l’acqua del mare, me la scaldi?”

La bimba desnuda incurante del maestrale teso

La bimba desnuda incurante del maestrale teso


Ci siamo anche concesse una lauta merenda mattutina senza farci mancare un’ottima schiacciata, alimento base dei nostri soggiorni livornesi.

La sera poi siamo andate a vedere le gare dei gozzi, le barche di legno tipiche di Livorno, visto che mio fratello partecipava per la prima volta e visto che a casa mi hanno cresciuta a pane e Venezia (il mio quartiere di origine, che vanta una cantina molto forte). Ho pensato che fosse importante mantenere la tradizione anche con la bimba, e dopo un bel lavaggio del cervello l’abbiamo convinta che fosse fondamentale urlare a squarciagola dietro a quelle barche che si muovevano nel fosso, seguendole da terra e incitando lo zio con “voga, rema, forza!!!”. Non credo abbia capito cosa stesse accadendo, ma era comunque molto felice di aver dato il suo contributo. Ha scorrazzato come una pazza per tutto il prato della Fortezza nuova e io mi sono goduta questa full immersion in una livornesità che ritengo delle migliori. La giornata, stancante da morire, ma generosa di soddisfazioni, si è conclusa con una cena base di torta (di ceci) dalla nonna. Una giornata perfetta.

La prima. E non l’ultima, ma quasi. Dal giorno dopo il tempo ha fatto culaja, come si dice a Livorno, cioè è girato a brutto. Si è alzato vento, il mare era mosso, per qualche giorno ci sono stati dei temporali mostruosi, libecciate, mareggiate, temperature basse. Uno schifo. E questo ha complicato non poco il mio sogno di un soggiorno vacanziero. Perché a quel punto ho dovuto escogitare delle cose da fare con la bimba. E la mia utopia di invitare amici e parenti a vederci alla spiaggetta davanti casa si è rivelata, come tutte le utopie, irrealizzabile. Così ho iniziato a stressarmi un pochino.

Per fortuna poi che qualche uscita bella c’è stata, che qualche giornata di sole è spuntata e un paio di volte al mare ci siamo andate. E poi ho visto amici, salutato persone che avevo voglia di vedere, e sbrigato qualche faccenda che andava sbrigata. Resta il fatto che poi a Livorno, in questo momento storico della mia vita, faccio una gran fatica a fare quasi tutto. Mi fa fatica camminare, mi incazzo per i marciapiedi rotti, le buche per strada, le cacche di cane, i motorini e le bici parcheggiate sui passaggi pedonali e sui marciapiedi. Spingo il passeggino come se fossi una pazza posseduta da Schumacher e cammino lanciando anatemi e bestemmie a mezzo mondo. Questo, secondo me, non aiuta l’equilibrio psicofisico della mamma gravida. Oppure guido la macchina e mi sembra di essere in un videogioco, con motorini e bici che spuntano da ogni parte e gente che sorpassa senza tregua e mi interrogo: davvero io ho imparato a guidare in questa città e c’ho pure preso la patente? com’è che ora non so più guidarci? Guido cauta perché ho realizzato che le strisce pedonali livornesi sono infide, dopo che hai schivato il ciclista, poretto, il motorino, screanzato, e il tipo che attraversa fuori dalle strisce, a un certo punto esce fuori un passaggio pedonale dal niente, è nascosto da un’orda di macchine parcheggiate a ridosso. Il pedone terrorizzato si affaccia sul passaggio e si lancia, ad occhi chiusi. E tu che fai? Se ce la fai a vederlo in tempo, inchiodi. Altrimenti acceleri per evitare di farne carne trita. E se capita di vederlo per tempo e di rallentare e di fermarsi, le auto dietro inizieranno a suonare se resterai ferma per due microsecondi più del necessario. Tutto questo possibilmente con la bimba nel seggiolino dietro che si lamenta che quella non è la sua macchina, che lei vuole la sua macchina verde, che quella macchina io non la posso guidare perché non è nostra, che lei non ci vuole più stare in macchina, vuole scendere, e nel frattempo armeggia con la maniglia dello sportello cercando di lanciarsi dall’auto in corsa.

Ecco. Io mi stresso a guidare a Livorno. Mi stresso anche a camminare a Livorno.

Allora ho provato l’autobus. L’avessi mai fatto. Litigate con gli autisti. Perché non è previsto che si possa salire col passeggino. Anzi, ci si può salire, ma lo si deve tenere chiuso. E l’infante va tenuto in braccio. Ora immaginatevi la scena. L’ora di pranzo sul viale Italia. Uno dei pochi giorni in cui è uscito un sole che si possa definire estivo. Io sono con la bimba alla fermata, tutte accaldate e stanche che aspettiamo il nostro santo autobus. La bimba è nel passeggino. Il passeggino è di quelli supeleggeri, si chiude facilmente, ma una volta chiuso non sta in piedi da solo. Quindi decido scientificamente di lasciarlo aperto e con la bimba sopra. Salgo, abusivamente dalla porta da cui si scende, perché da quella da cui si sale non c’è spazio sufficiente per entrarci con un mezzo con le ruote. Parcheggio, abusivamente, il passeggino nello spazio riservato ai disabili in sedia a rotelle, forte della certezza che in 20 anni di uso dei mezzi pubblici non ho mai visto una carrozzina per disabili sul bus. Prendo la bimba per mano e la metto su un sedile libero e, tenendola per mano, mi accingo a timbrare il biglietto. Ah, non va dimenticata la pancia, nel frattempo di 24 settimane. Nel frattempo l’autista, donna, è ripartita a tutta velocità, accelerando e inchiodando ogni due secondi, con tutti i relativi scossoni, senza curarsi di nessuno dei passeggeri, anziani, gravidi, con prole o altro, senza sincerarsi che fossero seduti o penzoloni sull’uscita. Dallo specchio interno mi vede e mi grida: “non può lasciare la bimba da sola sul sedile. La deve tenere in braccio!!!”. Io mi inalbero e le rispondo che sono incinta e che non posso stare in piedi e contemporaneamente tenere la bimba in braccio mentre l’autobus viaggia e che comunque devo timbrare il biglietto. Lei non si scompone, continua a guidare come una pazza e mi dice che non le interessa, che devo sedermi e comunque tenere la bimba in braccio.

Prima che io stacchi un orecchio della deliziosa autista a morsi, una passeggera gentile che ha assistito alla scena si offre di timbrarmi il biglietto.

Il mio pensiero è andato con nostalgia ai tram di Friburgo, con i pulsanti per la sosta per la discesa dei passeggini, la zona riservata alle carrozzine (dei bimbi, non solo dei disabili) e lo spazio per potersi muovere. E soprattutto senza autiste gratuitamente acide (anche se sull’acidità degli autisti tedeschi, ma per altre cose, potrei scrivere tutto un altro post, ma sarà per un’altra volta.).

Ma a Livorno ho fatto anche altre cose, oltre a stressarmi e a prendere l’autobus. Ho passato dei bei momenti. E ho avuto molto tempo per riflettere. Pensieri sulla schizofrenia di questo essere emigrata. Niente di nuovo, per carità, ma sempre attuale. Questa sensazione di appartenenza sempre distorta, questa divisione perenne tra due luoghi. Quando sono a Friburgo sento di appartenere a Livorno, al suo mare, ai luoghi in cui sono cresciuta, alle persone che ancora stanno lì e a cui voglio bene, e quando sono a Livorno so che ho costruito la mia vita, a mia misura, a Friburgo e ho nostalgia di quella vita e di quegli spazi amorevolmente scelti e conquistati.

Ma credo che alla fine sia una schizofrenia che non si può curare ed è meglio farci i conti invece che combatterla.

E le partenze e gli arrivi in questi due luoghi hanno sempre un sapore di riscoperta e di dolcezza inaspettata, di aspettativa carica, perché poi si sa che la lontananza addolcisce tutto e le cose e i posti da lontano sono più belli. Così, dopo tre settimane un po’ bislacche passate a Livorno, la mattina che dovevamo partire per tornare a Friburgo, ero emozionata al pensiero che dopo qualche ora sarei stata di nuovo là, contenta di rivedere lui dopo tanti giorni, sollevata al pensiero di poter finalmente attivarmi per le cose da fare per il trasloco. Ma mentre tutte queste emozioni mi attraversano tutte insieme, altre cose vi si sono sommate. Sono uscita presto, saranno state le 8 e mezzo, per comprare un po’ di roba per il viaggio (ovviamente anche un chilo di schiacciata). E l’aria era dolce, il cielo grigio, faceva già un po’ caldo, ma non troppo. Non c’era vento. Era tutto immobile. E nonostante il grigiore, bellissimo. E prima ancora di partire, mi è salita dolce una nostalgia lieve, anticipata, di questa città che mi appartiene e a cui, nonostante tutto, appartengo.

Gorgona vista da Antignano, cileo plumbeo la mattina presto

Gorgona vista da Antignano, cileo plumbeo la mattina presto

6 commenti

Archiviato in cervelli in fuga, cose di mamma, il gioco delle differenze, in giro per la Germania e per il mondo, Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

6 risposte a “Saluti, nostalgie e stress vari da emigrazione – a presto Livorno

  1. masticone

    Fai colazione con me?

  2. veronica

    domani andiamo al mare!

  3. Ciao!

    Abbiamo da poco ho avviato un progetto: Ornitorinko piu’ che un blog e’ soprattutto un collector di “animali strani”, i quali, raccontano le loro esperienze, raccontandosi, aggiungendosi a una community che sta crescendo e ha sempre bisogno di confronto di idee.

    Ti andrebbe di darci una mano a condividere la tua esperienza tedesca? Dai un’occhiata agli altri racconti e raccontaci il tuo se ti va!🙂 http://www.ornitorinko.com/about (qui trovi le info)

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