Travagli: Kreißsal vs. delivery room

*SPOILER* AVVISO ALLE FUTURE MAMME O ASPIRANTI TALI:  IN QUESTO POST CI SONO ALCUNI DETTAGLI RIGUARDANTI I MIEI PARTI, SE ANCORA NON CI SIETE PASSATE, POTRESTE NON AVER VOGLIA DI SAPERLI.

Il tempo è sempre troppo poco, ma un ritaglio per questo post lo dovevo assolutamente trovare e in fretta, prima che i ricordi freschi dell’ultima nascita fossero offuscati dalle troppe notti insonni.

Intanto va detto, che come già sperimentato alla nascita della prima figlia in Germania, fare un figlio all’estero è una faccenda che ha i suoi pro e i suoi contro. Banale considerazione, diranno i più, ma visto che sto allattando e che questa attività mi lascia il cervello svuotato e un solo neurone funzionante, a questo giro mi permetto un piccolo carosello di banalità. Dicevo dell’estero, dunque. In caso di parto naturale e quindi di imprevedibilità della data reale dell’evento, c’è un mero problema organizzativo: qualcuno di famiglia viene per dare una mano nei deliranti primi giorni, ok, ma quando far venire questo qualcuno? Insomma, il lato organizzativo, all’estero può creare qualche problema. E poi al momento in cui si resta soli, senza la mamma o altro parente di turno a dare una mano, beh, si ridefinisce il concetto di solitudine. Perché a quel punto sei sola sola, e tale ti senti. E lì scatta la rete di protezione delle amicizie e delle relazioni amorevolmente coltivate. Che a Friburgo erano consolidate, più numerose e offrivano sicurezza e coccole, e che qui a Brighton sono neonate, ma pur sempre fondamentali.

Ma ho appena iniziato e già ho perso il filo. Il punto voleva essere un paragone tra il parto tedesco e quello inglese. Già, perché di differenze ne ho trovate a pacchi, e ne sono stata felice. Diciamo che devo ammettere che ho avuto una gran fortuna (una botta di culo proprio, per dirla elegantemente).

Partorire la prima figlia a Friburgo è stato bellissimo, ed è stato perfetto che accadesse lì. Stessa cosa per la seconda figlia, a Brighton. Che voglio di più?

Ma entriamo nel dettaglio (magari non troppo, che i travagli e le nascite alla fin fine son cose truci e i dettagli sono solo per gli stomaci forti).

Friburgo: ospedale fighissimo, sala parto (Kreißsal) fighissima, una stanza ampia, con le lucine soffuse incastonate nel soffitto, tipo cielo stellato, colori tenui, il lettone grande reclinabile, la liana per aggrapparsi, il panchetto bucato, la vasca per il parto in acqua. Tutto nuovo di pacca (avevano appena finito di ristrutturare la clinica), moderno, tecnologico e allo stesso tempo accogliente, che dava poco l’idea della medicalizzazione.

Kreißsal-la sala parto di Friburgo (immagine tratta dal web)

Kreißsal-la sala parto di Friburgo (immagine tratta dal web)

Ad assistermi nelle ultime 5 ore di travaglio, oltre al marito santosubito, un’ostetrica e una tirocinante. A un certo punto è anche comparso un dottore credo, ma era il momento dell’antidolorifico in circolo ed ero parecchio confusa – comunque pare che lo abbia apostrofato a male parole in italiano, meno male che era greco e non ha capito!

Mi hanno guidata con premura in ogni fase del travaglio ed assistita in modo fantastico. All’ultimo è accorso il dottore, sempre quello greco, per fare il taglietto. E quando finalmente poi è nata Sara, dopo i controlli di rito e gli immancabili punti per via dell’episiotomia, ci hanno lasciato un po’ di privacy in una stanzetta a parte, dove sono venuti anche i parenti, accorsi da Livorno giusto in tempo.

Sono rimasta in ospedale per i 3 giorni canonici, ed è stato un bene. In quei tre giorni hanno controllato che tutto andasse bene, sia per me che per la bimba, i punti, l’ittero, il latte. Mi hanno seguita passo passo, facendomi vedere come attaccarla al seno, mostrandomi come cambiarla, in pratica facendomi un piccolo corso preparatorio, senza far vedere che mi stavano “insegnando”. La bimba è rimasta sempre in stanza con me, e quindi, una volta rientrate a casa, non c’è stato alcun trauma. Certo, sono tornata a casa stanca morta, perché avendo la bimba sempre con me, il riposo è stato poco, ma a casa poi è stato tutto più facile perché avevo già una minima cognizione di come maneggiarla. In stanza ero da sola, e ho osservato che anche le altre mamme erano in stanze singole o al massimo doppie. Addirittura una mamma aveva il marito che era rimasto ad dormire con lei, portandosi anche il figlioletto più grandicello, e la mattina li ho visti tutti e 4 insieme a far colazione in pigiama al buffet. Stravolti, ma tenerissimi.

A Brighton invece l’ospedale ha un’aria più sgarrupata, e appena ci sono entrata ho percepito un’atmosfera familiare, come di ospedale italiano. Un gran via vai di gente, sala d’aspetto piena, un po’ di trasando generale. Ma nell’insieme, la prima volta che ci sono andata per una visita prenatale, mi è sembrato che il personale sapesse il fatto suo.

Al momento della nascita, poi, ho potuto toccare con mano che davvero il personale sa il fatto suo. Intanto va detto che ogni parto è diverso, da donna a donna, ma anche da figlia a figlia, e questa cosa la posso confermare in pieno. Il mio primo non è stato particolarmente lungo, ma comunque, tra la prima contrazione e l’arrivo della pupa, le sue belle 18 ore di travaglio era durato. E soprattutto l’ultima parte, in cui lei stava nel canale del parto ma non usciva, sembrava non finire mai. Forse è per quello che i giorni dopo la nascita di Sara mi sembrava che mi fosse passato addosso (e dentro, sigh) un autocarro.

Il secondo è stato veloce. Ma veloce proprio. Sì, tutto il giorno sono stata sulle spine, le acque si erano rotte, ma non come nei film americani, una secchiata d’acqua, splash, lago per terra, contrazioni che iniziano, e corsa in taxi. No, le acque si erano rotte la mattina, ma all’inizio ho pensato di essere diventata incontinente, ma ero stranita. Poi alla terza corsa in bagno mi è venuto il dubbio (beh, non solo in allattamento, anche in gravidanza ho carenze di neuroni, non avevo capito che erano le acque…) e finalmente ho appurato che erano le acque. E ho continuato a gocciolare per tutto il giorno. Nessuna scena da film americano (a parte la corsa in taxi, ma quella è stata di sera), ma solo pannoloni giganti da incontinenza.

Per farla breve, nel primo pomeriggio ho fatto un controllo all’ospedale, era tutto ok, mi hanno rassicurata che il travaglio sarebbe iniziato spontaneamente, e se non fosse successo sarei dovuta tornare la mattina dopo. In effetti qualche contrazione si era fatta viva, ma niente di regolare.

Poi alle 5 di pomeriggio sono iniziate le contrazioni vere e nel giro di due ore erano già regolarissime e ravvicinate. Alle 7 e mezzo abbiamo chiamato il taxi, l’autista, vista la mia faccia, ha fatto una bella corsa, quella sì da film americano, e alle 8 eravamo all’accettazione del reparto. Alle 8 e 20 in sala parto. Alle 10 e mezzo Valeria è nata. 5 spinte e via. Roba che non ero pronta psicologicamente a tanta celerità, visto il tempo che ci aveva messo la sorella a saltar fuori. Un male boia, anche a questo giro, ma almeno in fretta.

Ma veniamo alla sala parto (delivery room) di Brighton. Una stanza normale, con un letto da ospedale da una parte, qualche attrezzatura dall’altra, un bagno privato annesso. Luce bassa. Una bella finestra con vista sulla città e sul mare. Di notte, il mare, l’ho potuto solo intuire, ma tanto il panorama non era il mio primo pensiero. Nelle due ore passate nella sala, è comparsa un’ostetrica, per un primo controllo, e mezz’ora dopo è tornata ed è rimasta con noi tutto il tempo. Non ho visto un dottore, mai. C’era solo lei e sembrava che fossimo lì per prenderci un caffè insieme. Mi continuava a dire di fare come mi sentivo, quello che sentivo, senza preoccuparmi. Per terra c’era un materasso di quelli impermeabili, come nelle palestre della scuola, e un pouf a sacco, di quelli ripieni di palline di polistirolo.

Nella sala parto di Brighton  per terra c'era un materasso tipo questo

Nella sala parto di Brighton per terra c’era un materasso tipo questo

Nella stanza non c’era altro. Io ho seguito i consigli dell’ostetrica, tra l’altro bravissima, e ho fatto come mi sentivo. In piedi, accucciata, in giro, con sempre meno vestiti addosso. Ho anche “sniffato”un po’ di gas anestetico, riuscendo a sopportare meglio le contrazioni degli ultimi 3 quarti d’ora. Dicevo che l’ostetrica era bravissima, a parte che aveva dei modi gentili e delicati, era lì, sapevo che potevo contare su di lei, ma così discreta che era come se non ci fosse. E poi ha fatto sembrare tutto naturale, come è giusto che sia, ma che non è scontato. Va detto che la mia mamma, già prima della nascita della prima bimba, mi aveva sempre avvertita di non avere idee troppo romantiche sul parto. Una cosa bellissima, sì, ma si raccomandava di non idealizzarla, di non avere grandi aspettative, per non rimanerci male in caso di complicazioni. Merda e sangue e parecchio dolore. Mi ha sempre detto questo. Forse sembrerà un po’ cruda, come raccomandazione, ma per me è stata fantastica. Non la ringrazierò mai abbastanza per la sua sincerità. Non avevo aspettative romantiche, sapevo quello che sarebbe successo, e quindi, alla fine, il primo parto è stato bellissimo. E anche il secondo. E questa ostetrica, appunto, era brava proprio per questo, perché ha fatto sembrare ogni cosa naturale. Io  stavo per sporcare tutto? Beh, e che problema c’è? Un bel telo per terra e via, e tante rassicurazioni di non stare a preoccuparmi, di fare tutto quello che mi sentivo di fare. E così ho fatto. Ho urlato, ho camminato, ho cambiato posizione mille volte, me la sono fatta sotto, ho sporcato in ogni dove, e alla fine, a 4 zampe, qualche spinta e la bimba è uscita.

Se penso ai racconti delle nonne o anche delle donne della generazione prima della mia, che hanno partorito in ospedale, travagli passati sul lettino sdraiate, clisteri prima del parto per evitare di “sporcare” durante, parto in posizione da visita ginecologica per permettere al personale medico di vedere bene, beh, penso che a partorire in quest’epoca, e soprattutto a Friburgo prima e in UK poi, ho avuto proprio un gran culo.

La bimba poi me l’hanno data praticamente subito, ancora tutta appiccicosa, e non l’hanno mai lavata. Dopo un’oretta, dopo i punti di rito (maledetti punti!) già con la bimba attaccata al seno, io ero ancora tutta sporca di sangue, ma stavo benone, sul lettino, e mi stavo riprendendo dalla fatica, ci hanno portato tè e toast con la marmellata. Mi è sembrata una cosa bellissima. Ancora non s’era visto un dottore, noi tre stavamo belli e contenti nella stanzetta, e prendere il tè per rifocillarsi e festeggiare sembrava la cosa più naturale del mondo. Anche il momento in cui l’ostetrica mi ha messo i punti, alla fine, è stato divertente, visto che ci siamo fatti due chiacchiere. Lui teneva la nuova arrivata in braccio, io mi facevo dare i punti e ascoltavo, e l’ostetrica, mentre cuciva, oltre a raccontarci una barzelletta sui fisici, ci ha spiegato come è diventata ostetrica. Tutto questo ha reso i punti più sopportabili.

Mi è davvero piaciuto. Se fosse stato il primo parto forse non avrei apprezzato così tanto tutta questa “libertà”, perché mi ricordo che a Friburgo l’assistenza serrata ricevuta mi aveva rassicurata molto, visto che mi sentivo un po’ persa. Ma essendo il secondo, e visto che tutto è andato bene e veloce, beh, è stato perfetto farlo qui. E anche la dimissione il giorno dopo, senza ospedalizzazione, in questo caso è cascata a fagiolo. Io stavo bene, la bimba pure, e sono potuta tornare in fretta alla routine casalinga e soprattutto dalla bimba più grande.

Sia a Friburgo che Brighton ho trovato l’assistenza per l’allattamento buonissima.

Nel primo caso ho realizzato solo a posteriori che gran lavoro aveva fatto l’ostetrica per far avviare l’allattamento. Nonostante una montata parecchio tardiva (ben una settimana dopo il parto), lei  non mi ha fatta preoccupare e con la massima naturalezza mi ha guidata e aiutata, fino a che il latte è arrivato e piano piano le poppate col biberon di artificiale sono state sostituite in buona parte con le poppate di latte materno. Processo che di solito gira all’inverso. Un applauso alla Hebamme – e un pochino anche a me che ho resistito ad estenuanti sedute di tiralatte ad ogni ora. (Nota a margine, in Germania c’è un’ostetrica che segue la donna già dalla fine della gravidanza e che poi per circa un mese viene a casa per controllare il peso del neonato, la condizione della mamma, l’allattamento ecc.)

Nel secondo caso, a Brighton, avendo io segnalato di volere assistenza extra per l’allattamento, visti i precedenti, ho ricevuto davvero un’assistenza straordinaria. Fin da subito in ospedale le ostetriche mi hanno seguita e mi hanno mostrato come attaccare la piccola e hanno controllato le varie poppate. Alla fine mi hanno dimessa solo dopo essersi accertate che fossi in grado di attaccarla nel modo corretto. Nei giorni successivi poi sono venute le ostetriche a fare le visite domiciliari di rito (giorno 2, giorno 5 e giorno 12 mi pare). Anche in questo caso, grande servizio. Io ho ricevuto delle visite extra, sempre per via dell’allattamento. L’unica pecca che ho riscontrato, se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, è che ogni volta c’era un’ostetrica diversa, e quindi, nonostante ci fosse la cartella clinica e nonostante ciascuna si informasse scrupolosamente dei vari dettagli e dei vari sviluppi, ognuna seguiva un po’ la propria scuola. Quindi ho dovuto un po’ fare la media ponderata tra i vari consigli ricevuti, che non sempre mi sono sembrati compatibili.

Insomma, il bilancio di queste due esperienze straordinarie è davvero buono. Io mi sento fortunata che le cose siano andate così lisce e che questi due sistemi abbiano funzionato così bene nel mio caso, come se fossero calibrati per le due diverse situazioni. O forse mi è sembrato così perché ero predisposta a lasciare che le cose accadessero. Boh.

Come già detto, un solo neurone mi funziona, e quindi non posso fare grandi speculazioni filosofiche. Spero però di poter fare, presto, altre speculazioni (su Brighton, sui parenti che vengono a trovarci, sul consolato e tanto altro) su questa vita all’estero. Speriamo che la piccola idrovora mi lasci un po’ di tempo nei prossimi giorni.

5 commenti

Archiviato in cose di mamma, differenze di genere, il gioco delle differenze, in giro per il Regno Unito e per il mondo, in giro per la Germania e per il mondo, Intimamente

5 risposte a “Travagli: Kreißsal vs. delivery room

  1. Nicla, solo due parole per dirti: CHE FORTUNA!! Anzi, CHE CULO!!🙂 E adesso posso anche confessare che mi sta venendo la tremarella.

  2. Nella mia famiglia il travaglio e il parto del primo figlio durano in tutto 5 ore. Di media. E per mia sorella mammozza ha avuto la rottura delle acque alle 20.30 e mia sorella è nata alle 23.05.
    Speriamo che ho preso da lei … perché a me se vado bene partorisco a Tor Vergata.

  3. grandi gli inglesi che servono il te’ anche appena dopo il parto. When in doubt, tea😉

  4. silvia

    Cara Nicla, sei magnifica!! e bello tutto questo racconto , e poi ha dell’incredibile questo viversi in poco tempo due mondi diversi e farci nascere le pupe! Baci,baci alla bimamma , a Sara, a Valeria e al babbo!Silvia da Monaco
    o

  5. Giuseppe Carillo

    Ciao Nicla, innanzitutto vorrei farti i complimenti per il tuo blog che reputo stupendo e a me molto utile. Avrei però bisogno di contattarti in privato ma non son come fare. Grazie giuseppecarillo@gmail.com

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