definizioni

In questi giorni ho scritto decine di post. Tutti nella mia testa e nemmeno uno sul mio quadernino o sul mio computer. Stamattina poi ho quasi scritto un trattato, mentre andavo da casa all’asilo, con due bimbe, lo zaino, il vento in faccia e quell’aria sempre a metà tra lo sciagattato e il disperato. Ovviamente il trattato era tutto nella mia testa, scrivevo e scrivevo e addirittura vedevo le cose scritte davanti ai miei occhi, le lettere e le parole che comparivano, come su un foglio. Come esercizio non è male, fantastico tra l’altro per estraniarsi per qualche minuto dal cicaleccio interminabile della mia bimba. Lei parla. Tanto. Sempre. Senza sosta. In continuazione. Parla. E io, che pure sono una chiacchierona di prima categoria, per la prima volta in vita ho capito l’impagabile valore del silenzio. Così stamattina stavo nel mio “happy place”, mentre lei chiacchierava con me, coi fiori, con la sorella, con i muretti, con le formiche, e scrivevo parole virtuali nel mio cervello.

Devo dire che quando scrivo post virtuali mi sembra sempre di avere delle idee fantastiche e di scrivere frasi bellissime e pensieri profondi, e poi quando arrivo a scrivere, di ciccia dico, non escono fuori queste grandi cose. Pace.

Comunque oggi pomeriggio, non appena si è aperto uno spiraglio di qualche minuto, mi sono fiondata sul mio povero blog abbandonato a se stesso. Solo soletto. Assetato di post. Mi sono fiondata con la pia illusione di recuperare il ragionamento di stamattina.

Tutto è iniziato mentre ero in cucina, da sola con le bimbe. Tutte e due mangiavano. Pezzi di biscotto, di pane, di cereali, di banana e di albicocca. Ovunque. Spiaccicati, sparpagliati. Sul tavolo, sul seggiolone, sulla sedia, per terra, nei loro capelli. E per una volta ero come in uno stato zen. Non mi sono affannata a pulire e non mi sono sentita infastidita, solo leggermente scocciata al pensiero di dover pulire dopo, al rientro, non avendo il tempo di farlo subito, e di trovare il tutto seccato e appiccicato. C0sì riflettevo che questa cosa di avere dei figli ha ridefinito il mio concetto di igiene, di ordine e di pulizia. Non sono mai stata nè ordinata, nè fissata con la pulizia o l’igiene, ma da quando sono mamma sono andata al di là dei miei limiti. Proprio oltre.

Dopo la colazione poi ho lavato e vestito le bimbe. A scriverlo è un attimo. Poche parole. Nei fatti è stata una battaglia di quasi un’ora. E nel mezzo dovevo andare in bagno. Urgentemente. A un certo punto ho avuto un momento di astrazione e mi sono vista da fuori: al gabinetto, con una bimba di tre anni e mezzo, quasi vestita, che incessantemente parlava con me, mi tirava una bambolina di stoffa come fosse una palla (era il suo gioco di stamattina) e mi chiedeva cose a ruota, voleva vedere le mie mutande (per verificare in cosa fossero diverse dalle sue), mi stava appiccicata in un attacco di mammite improvviso, e con una bimba di 9 mesi seduta sul pavimento del bagno, con addosso solo il pannolino, che tra un urletto, un pianto e un lamento cercava invano di mangiarsi il tappetino (non troppo pulito), di gattonare impacciata (con dubbi risultati) e di attirare invano l’attenzione mia e della sorella. Questa visione di me stessa mi ha dato spunto per una nuova definizione di privacy. Cara e sottovalutata privacy, amica mia ormai lontana. Questa visione di me stessa mi ha suscitato anche un po’ di compassione, ma poi era tardi e mi sono data una mossa e il momento di pietà è andato a farsi benedire.

Diciamo che negli ultimi tempi sono tante le cose che hanno assunto un nuovo significato e che ho dovuto ridefinire: ho ridefinito il concetto di estate, andando ancora in giro con gli anfibi a fine giugno, felice per il calduccio che mi regalano, e dormendo ancora col piumone. Ho ridefinito il concetto di stanchezza, toccando punte estreme, tra trasloco, bimbe e salite di Brighton (la San Francisco de noiartri), e tutto questo senza andare a lavorare.

La San Francisco de noiartri ha il suo fascino

La San Francisco de noiartri ha il suo fascino

Da quando ci siamo trasferiti abbiamo cercato di fare un po’ di buon vicinato e la famiglia della porta accanto sembra proprio simpatica. Loro sono stati carinissimi con noi e li abbiamo invitati per un caffè. Negli ultimi giorni li ho incrociati spesso, specialmente lei coi due bimbi. Ieri sono passati da casa nostra e ho fatto due chiacchiere con lei, mi ha raccontato un po’ di sè. Stamattina ci ripensavo e mi è venuto in mente che dopo aver dato una sorta di cena ai bimbi (sulla quale ci sarebbe da scrivere un intero post, ma per ora tralasciamo) mi ha detto che sarebbe uscita con delle amiche per una bevuta al pub. Avevo questa immagine di lei al pub, chissà perché. Camminavo stamani verso l’asilo e mi immaginavo la mia vicina di casa con le amiche a bere una birra. Voglio dire, una cosa normale, banale. Se fossi a Livorno lo farei anch’io. Magari non sarebbe il pub alle 6 di pomeriggio per una birra, sarebbe un caffè nella pausa pranzo, o un aperitivo alle 8 di sera o una cena alle 9. Sarebbe in un’altra forma, ma sarebbe un’uscita con le amiche. E mi sono domandata: come sarà il mio futuro? Una corsa senza tregua, tipo criceto nella ruota, e una volta ogni tanto una birra al pub con le mie nuove amiche di qui? Perché a vederla da fuori, lei, un pochino sembrava così. Ma da fuori non si può mai dire. Il punto è che questa domanda sul futuro mi ha scatenato una serie di domande a ruota, domande che non mi aspettavo e che finora non mi ero posta più di tanto. Traslata a Livorno ora, cosa farei? Come sarebbe la mia vita? Mettiamo pure che le cose sarebbero andate come sono andate (con lo stesso lui, due bimbe, casa insieme ecc.). Quale sarebbe stata l’evoluzione di tutto questo? Uscirei di più? In fondo sono domande del cazzo ed è anche poco utile porsele, ma il punto è che questa cosa di stare all’estero in qualche modo mi fa vivere la vita di tutti i giorni come se non fosse la vita di tutti i giorni. Un po’ deve essere stato l’andamento dell’ultimo anno e mezzo, mille cambiamenti, cose da fare, situazioni nuove da affrontare, ed ho vissuto un po’ tutto col fiato corto, in tensione, come se fosse una situazione di emergenza perenne. Un po’ deve essere che c’è stato un via vai, desiderato e voluto, di gente, cosa che rende più complicato lo stabilire una routine. Un po’ deve essere che questa cosa di fare la mamma a tempo pieno è una grande fatica, ma allo stesso tempo mi fa vivere in una bolla, come se questa vita forse solo parzialmente reale. Non che stare con le bimbe non sia concreto, ma andare a lavorare e comunque confrontarsi con problemi diversi da quelli mammeschi dà una dimensione diversa alle cose, l’ho sperimentato quando c’erano gli operai a lavorare nella casa nuova. Insomma, questi pensieri un po’ affastellati mi hanno fatto ridefinire il concetto di vita di tutti i giorni. Vita di tutti i giorni, inglese. Il punto è che a me la birra non piace. Vedremo.

Con tutta questa serie di domande e pensieri, direi anche che ho ridefinito il concetto di sega mentale🙂

Probabilmente se fossi ancora a Livorno non mi farei tutte queste domande, ma non scriverei nemmeno un blog, di certo, almeno, non con questo nome, quindi lasciamo perdere la vita coi se e con i ma, e vediamo come butta questa vita, in parte nuova e in parte no, qui e ora.

5 commenti

Archiviato in cose di mamma, metablog, riflessioni (finto profonde) a caso

5 risposte a “definizioni

  1. MariaB

    Finalmente! Non vedevo l’ora di leggerti ancora🙂
    Hai perfettamente descritto le mie giornate e i miei pensieri! Anche io ci penso tanto a come sarebbe se fossi rimasta in Italia. Penso però che sarei molto più stressata!
    Non so se ti ricordi ti avevo scritto tempo fa con vari dubbi sul rimanere in Germania ecc, be alla fine le cose sono molto migliorate e abbiamo deciso per il momento di rimanere qui almeno per un po e da poco e anche nata la mia seconda figlia. Finalmente mi godo un po questo paese e questo migliora di molto le cose… Aggiornaci ancora, a presto!

    • Ciao! Certo che mi ricordo! Congratulazioni per la nuova arrivata! Goditi quello che la Germania ha da offrire alle famiglie, che è davvero tanto. In bocca al lupo per tutto allora e grazie per aver aspettato un nuovo post dopo una pausa così lunga🙂

  2. Jessica

    Da tanto non ti leggevo…Francesca ti ha postata e tac eccomi qui a leggere di te, delle tue bimbe e della vita in Inghilterra. Tanti cambiamenti tutti insieme si devono metabolizzare e secondo me pian piano lo stai facendo. Del resto la storia non si scrive con i se…la tua vita è qui e ora e secondo il mio punto di vista è incasinata si, ma meravigliosa! Come non ti piace la birra??? O.o

  3. faniya

    Ciao, mi piace molto il modo in cui riesci a descrivere la tua vita e di come a migliaia di km le vite di mamme immigrate si assomiglino in certe situazioni. Secondo me è’ un lavoro quello della mamma a 360 gradi solo che non è’ riconosciuto come tale. Mi ci rivedo dalla colazione al bagno (immagino che ti sia capitato di fare pipì con un neonato in braccio perché non sai dove posarlo). Riesci a fare della tua sega mentale di questa mattina un momento di condivisione, come se virtualmente nel tuo blog ci fossimo già fatte una birra o un caffè’ assieme, non è’ fantastico?

  4. Ciao🙂 Piacere, Andrea, toscana come te ma di Lucca! Sono capitata qui per puro caso (cercavo “pillola italiana all’estero” pensa tu) e leggendo qua e là qualche post mi sei stata subito simpatica. Un po’ per l’affinità regionale, un po’ perchè l’inverno scorso sognavo di trasferirmi in Germania, un po’ perchè dopo una vacanza a Londra e annessa delusione amorosa ho deciso di buttarmi e andare a cercare un lavoro nel Regno Unito. Quindi presto sarò anche io un’emigrata/immigrata. Continuerò a leggerti, promesso🙂 e magari ti terrò pure aggiornata sul mio prossimo trasferimento. A Brighton non sono mai stata, ma avrei tanto voluto visitarla. A presto!

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