Ansia da prestazione

Malizia. Si dice ansia da prestazione e il pensiero corre subito al letto, al sesso e ad annose questioni. E invece no, la mia non ha niente a che vedere con questa sfera intima e privata che fa tanto copertina di Cosmopolitan. Ha invece a che vedere con un’altra sfera, che a mio avviso pure è intima e privata: il lavoro.

Avevo un forte desiderio di tornare a lavorare, di rimettermi in gioco e di ricominciare a tessere le sinapsi del mio cervello in attività diverse da quelle bambinesche. Il mio piano originale era di mettere anche la bimba piccola all’asilo, almeno per poche sessioni alla settimana (perché col tempo pieno andremmo falliti in due mesi!), e da settembre, con qualche ora libera, mettermi a cercare lavoro. Durante l’estate, però, spulciando i siti delle scuole qua e là avevo trovato un bando di selezione per docenti per dei corsi serali per adulti in un college. In anticipo rispetto ai miei piani avevo quindi colto l’occasione e fatto domanda. Ta-dan! In lista, colloquio, presa! All’inizio grandi prospettive, tre corsi alla settimana, ero felicissima. Poi l’euforia si sgonfia un po’ e alla fine dei tre corsi ne parte solo uno. Comunque contenta, inizio giuliva. Non sapevo quello che mi aspettava…

immagine tratta dal web

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O meglio, mi ero fatta tante paranoie su questa cosa del lavoro, così tante da essermi anticipata addirittura più di un anno fa, quando ancora nella mia panciona enorme nuotava la mia bimba in potenza (come testimonia la seconda parte di questo vecchio post) e le prospettive lavorative erano ancora lontanissime. Poi nell’ultimo anno sono successe tante cose, belle e bruttissime, ho, abbiamo, messo tanti punti fermi in questa nuova situazione inglese, la prole è felicemente raddoppiata, abbiamo comprato casa, cambiato l’ennesimo asilo, vissuto dei momenti difficili, a tratti tragici, perso delle persone care e si sono staccati dei pezzetti di cuore e di anima. Se ripenso all’ultimo anno mi pare impossibile che così tante cose, avvenimenti, emozioni, possano essersi concentrati in così pochi mesi. E in tutto questo affanno il mio tarlo professionale non mi ha praticamente mai lasciata.

Ho pensato tanto a questo lavoro, per capire se fosse compatibile con questa nuova vita. Poi ho appurato che mi piace, che è il mio lavoro, e che in questi anni la mia vita, la nostra vita è stata compatibile col suo lavoro, e non viceversa, almeno non nella sostanza, e così ho ribaltato il mio punto di vista. E sì, la mia vita deve funzionare con questo lavoro fatto di tanti lavori messi  insieme, di tanti corsi e di tante ore spese a preparare e pianificare, di orari sbilenchi e fuori copertura dall’asilo, di equilibrismi tra fotocopie e orari familiari da rispettare, perché per adesso è sicuramente quello che voglio fare e quindi basta, stop, va bene così.

Poi ho iniziato a lavorare, ad andare a riunioni e incontri preparatori per quell’unico, preziosissimo corso solitario che mi aspettava. E alla seconda riunione ho ringraziato una qualche divinità scolastica benevola che aveva fatto sì che mi fosse toccato un solo corso. All’improvviso mi sono trovata ad affacciarmi sull’orlo dell’abisso dei form inglesi. Le tante paronoie anticipate non mi avevano preparata a quello che avrei scoperto: moduli su moduli, training su training, regole e modus operandi, pagine e pagine di cose da leggere e imparare PRIMA ancora di entrare in classe. PANICO!

Panico puro! E io che credevo che la Germania avesse tanta burocrazia! Ho scoperto questo nuovo mondo e in pochi giorni ho fatto una full immersion in questo contesto parascolastico fatto di chili e chili di moduli da compilare, scadenze, liste di cose da fare. Devo confessare che ho avuto serie difficoltà, mi sono anche chiesta se la seconda maternità avesse definitivamente bruciato gli ultimi neuroni rimasti e fatto tabula rasa della mia capacità di concentrazione, già messa duramente alla prova dalla prima maternità. Poi, parlandone, con una amica, e poi con un’altra, e poi anche con lui ho capito che non mi ero rincretinita io, ma che davvero qui hanno un modo di pensare e di agire diverso e che ci vuole tempo e pazienza per entrare in questa nuova ottica. Mi sono messa l’anima in pace, ho macinato le informazioni che c’erano da macinare, ho preparato le mie lezione, fatto un respiro profondo e mi sono tuffata in classe per la mia prima lezione in UK.

Emozionata e nervosa come se fosse la prima volta che entravo in classe. Come una bimba. Quasi quasi mi facevo tenerezza da sola. Meno male che in tutti questi anni ho appreso le nozioni minime della poker face, altrimenti i miei studenti sarebbero fuggiti. Già che erano stravolti perché parlavo solo italiano!

Poi sapevo che nel giro di poche settimane ci sarebbe stata un’ispezione. No, chiamarla ispezione non va bene, un’osservazione, va già meglio. La mia manager è venuta in classe, ha guardato come lavoro, ha raccolto i feedback degli studenti. Io ho sudato sette camicie, nonostante ne avessi provate già diverse, di queste osservazioni, ma in altri luoghi, in altri tempi. Non so ancora che valutazione mi è toccata, ma sono contenta di come è andata.
Ma devo comunque fare una valutazione a mente fredda. La mia smania di tornare a lavorare si è placata. Ho fatto i conti con un nuovo standard di perfezione. Perché mi sono resa conto che certe volte la vera vittoria non è quella di arrivare con una lezione preparata bene e nel dettaglio, avendo studiato per bene, no, certe volte la vera vittoria è arrivare vestita decentemente e senza impronte di manine alla marmellata, senza tracce di moccio o altre sostanze biologiche sui pantaloni. Così tutto viene visto sotto una nuova prospettiva. Ho dovuto anche fare i conti con la stanchezza. E all’improvviso la mia unica e preziosa ora e mezzo di lezione settimanale non mi è sembrata poi così piccola, corta e breve. E nemmeno misera. Mi è sembrata una bella ora e mezzo, carica di promesse per il futuro (forse avrò un secondo corso a gennaio) e soprattutto, tutto sommato, non così tanto striminzita.

Vengo ancora colta da attacchi da ansia da prestazione, lavorativa, ma tutto sommato vanno diminuendo. Ogni tanto mi dispero perché ho l’affanno con così poco lavoro, ma poi mi riprendo e inizio interminabili elenchi mentali di cose da fare, oltre al lavoro, e quando arrivo a fare liste lunghissime mi autoconsolo. Succede anche che mi vada in pappa il cervello e che per giorni rimuova chirurgicamente dalla memoria le cose che devo ASSOLUTAMENTE fare per il college, per poi essere colta da attacchi epilettici quando mi rendo conto che mi sono dimenticata di consegnare il centocinquantesimo lesson plan in cui pianifico in dettaglio la lezione come già descritto nel centoquaranovesimo lesson plan, quello generale del primo trimestre, che serviva a completare il centoquarantottesimo modulo in cui pianificavo tutte le lezioni per tutti e tre i trimestri, seguendo le linee guida generali del corso, quelle per fortuna stilate da qualcun altro. Se supero il primo trimestre ancora viva e ancora con parti di cervello attivo la considererò una vittoria!

Ora mi sottometto al mio destino di casalinga disperata e vado a consumare qualche sparuta ora di sonno, nella speranza di non sognare per l’ennesima volta di dover fare la lezione con l’ispezione con la stessa angoscia di un esame universitario…

3 commenti

Archiviato in cervelli in fuga, cose di mamma, italiano per stranieri

3 risposte a “Ansia da prestazione

  1. anna

    brava nicla un grande in bocca al lupo

  2. Mila

    Mamma mia! Ci si lamenta tanto dell’impegno burocratico richiesto dalla scuola italiana ma mi pare che lì sia molto peggio!

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