Omino marshmallow (con le scarpe fotoniche)

Mesi e mesi senza nemmeno un post. Mi sono scervellata per postare qualcosa di veramente profondo e intelligente e l’unica cosa a cui riesco a pensare oggi sono le mie bellissime scarpe nuove. Brillanti, colorate, con la striscia fluorescente, un vero pugno in un occhio. Una cosa inguardabile dal punto di vista dei colori. Ma sono bellissime, e come si direbbe a Livorno, sono fotoniche. Oggi, per la prima volta in vita mia, mi sono comprata un paio di Nike.

Scarpe fotoniche

Scarpe fotoniche

Praticamente un evento.

Perché quando ancora mi compravo le scarpe da ginnastica coi miei (leggi col mi babbo, che era l’esperto di scarpe) andavano le Reebok,  e ne ho collezionate un certo numero – vanto anche un paio di splendide reebok pump nere per le quali qualsiasi dodicenne dei primi anni Novanta avrebbe dato un rene -, poi ho iniziato a comprarmi le scarpe da sola (povera ingenua) ed era il momento degli anfibi. Poi ho proseguito a comprarmele, ma a qual punto ero nel vortice del no-global, e quindi bevevo la cola del penny market e mi mettevo le ballerine di velluto, fosse mai che un logo del marcio capitalismo avanzato usasse la mia persona per pubblicizzarsi (o che la mia persona lo finanziasse comprandone i prodotti). Negli anni ho capito che comprarsi le scarpe coi genitori è in realtà una cosa fantastica, perché loro ti conoscono, sanno cosa ti metterai davvero e ti chiedono le cose giuste, ti dissuadono quando prendi le sbandate per dei modelli assurdi, e qualche volta ti finanziano anche. Con loro si vince sempre. E in tutti questi anni, 35 direi, non mi sono mai comprata un paio di Nike. Oggi ho ceduto al diavolo del consumismo e sono uscita dal negozio con queste scarpe fotoniche, di un colore senza nome, ma decisamente ad altissima visibilità. Le mie bimbe sono andate in visibilio appena ho varcato la porta di casa sfoggiandole con nonchalance.

Ma forse è utile approfondire, comprendere le ragioni profonde per cui oggi ho fatto un tale passo, e soprattutto come mai, dopo 6 mesi di silenzio su questo blog, mi ripresento qui per scrivere di tali cazzate. Come sempre una ragione c’è, e non sempre è semplice.

Ho passato sei mesi trafelata e affannata. Fondamentalmente zoppicante, sempre di più e sempre meno mobile. Poco prima di Natale mi sono fatta di nuovo male al ginocchio e ho dovuto aspettare molti mesi per operarmi, ma questa attesa ha peggiorato lo stato delle mie gambe, e così sono arrivata all’operazione (una cosa da niente, in artroscopia) in pessime condizioni. Per questo ringrazio il sistema sanitario British, ma un po’ ringrazio anche la mia amena ingenuità e il mio inaffondabile quanto inutile ottimismo. Ma lasciamo queste perle per un altro post…

Così adesso c’è da lavorare tanto, per rifare i muscoli e riprendere la mobilità persa. E cosa mi trovo in fondo alle gambe ogni sera e ogni mattina? Due salsicce al posto delle caviglie. Sembra che le mie articolazioni siano state trapiantate direttamente dall’omino Marshmallow, epico personaggio dei Ghostbusters.

Omino Marshmallow - immagine presa da internet

Omino Marshmallow – immagine presa da internet

Guardare la foto per avere un’idea.  Una cosa drammatica e anche dolorosa. Così faccio i miei esercizi, la mia riabilitazione, mi trascino come una vecchietta da una stanza all’altra, cerco di fare le camminatine fuori, come un vecchio canino spelacchiato, e intanto queste caviglie e questi piedi mi danno il tormento. Tra l’altro credo che i dolori articolari e la difficoltà di movimento abbiano anche danneggiato il cervello, già duramente messo alla prova dalle gravidanze e dagli allattamenti, tanto che ieri sono uscita con un paio di scarpe sbagliate. Una completa idiota. Ma si può? Si può sbagliare così? Cammino male, piego male le caviglie, mi fanno male i piedi e sbaglio scarpe? Una demente. Così ieri sera ero praticamente in lacrime. L’unica cosa che ogni tanto mi consola è che questo dolore che provo quando cammino, sembra un po’ lo stesso che si sente alla Cala del Leone o alla spiaggia del sale, quando si decide che si può andare sciolti, senza ciabatte, e ci si avvia a fare un bagno e- ahi! ohi! oimmena! Sassi, sassolini, pietruzze, conchiglie, sabbia grossa, scoglietti, una miriade di cose dure ti si infilzano sotto la pianta del piede e ti fanno un male cane, ma tu stoica, prosegui e cammini sopportando il dolore, finché trionfante non raggiungi la riva e ti tuffi nell’acqua splendida e fresca. Ecco, io mi sento così, tutto il giorno, come se camminassi scalza sulla spiaggia della Cala del Leone, peccato che qui a Brighton non abbiamo mai superato i 20 gradi, che piove un giorno sì e uno no, che non ho ancora fatto il bagno in mare e che soprattutto alla fine della camminata sulle pietre, non c’è nessun bel traguardo, nessun tuffo, nessun sollievo. Ma almeno per qualche momento l’idea della Cala del Leone mi carezza l’anima e mi sento un po’ a Livorno.

Cala del leone- Livorno-immagine presa da internet

Cala del leone- Livorno-immagine presa da internet

Così arriviamo al punto dolente dell’estate, e cioè che da zoppi si viaggia male, e che dopo questa operazione per diverse settimane l’aereo è altamente sconsigliato, e quindi le vacanze vanno a farsi friggere e il tempo disponibile per andare qualche giorno a sciogliersi al caldo equatoriale di Livorno e a fare davvero due tuffi sul Romito, magari con gli scogli che graffiano i piedi, si assottiglia sempre di più. Ma non ci scoraggiamo e ci organizziamo. Così i miei ultimi sei mesi sono stati col fiato corto. Ma poi penso che tutti i gentori che conosco sembrano sempre col fiato corto, e quindi essere zoppetta è stato forse solo un’aggiunta alla frenesia generale.

Ma nella frenesia, nelle ansie, nelle preoccupazioni varie (che quando decidono di arrivare, arrivano a vagonate) stranamente ho avuto dei momenti di quiete in cui pensare. E ho pensato a tante persone, ho lasciato che la memoria fluisse e ho cercato di ricordare. Così ho cercato di ricordare cosa facevo all’età di Sara, per capire se ci assomigliamo, se gli scatti di lagna che ogni tanto ha sono familiari, sono noia, sono carattere, sono così e basta. Se quella luminosa intelligenza è uno strumento bene accetto o se ogni tanto apre varchi di domande troppo taglienti e buie. A certe cose mi sono risposta, ad altre no, ma è stato un  bel lavoro di osservazione. Poi mi sono sforzata di ricordarmi com’era Sara all’età di Valeria, per vedere se c’erano degli schemi familiari nelle crisiti di pianto, e nelle ferree prese di posizione. E mi sono dovuta arrendere a delle terribili, banali verità, e cioè che la memoria dell’infanzia dei propri figli è una cosa effimera, e collocare i ricordi in una cornice temporale precisa è difficilissimo, e che la mia secondogenita ha un carattere di merda. Nel senso buono, eh. Cocciuta, testarda, dura come le pine verdi.

In altri momenti la mia mente ha vagato in altri luoghi. Le stampelle che mi sono servite per camminare e trascinarmi qua e là (pure a lavoro nelle ultime settimane) troppe volte mi hanno ricordato la nonna che non c’è più. Con il suo carattere forte e a tratti spigoloso, con la sua dolcezza inaspettata. E l’ho pensata intensamente, tutta la vita con quella gamba malandata, tutta la vita a patire. Tante volte mi sono virtualmente presa a schiaffi da sola e mi sono detta che ero ridicola a lamentarmi per questi pochi mesi così disagevoli, e che al confronto con la sua situazione questa era robetta. Ovviamente questo non ha diminuito il dolore, e forse nemmeno la mia attitudine alla lamentela, ma di sicuro ha rimesso un po’ le cose in prospettiva. Un po’ come quando diventi genitore e all’improvviso vedi i tuoi stessi genitori in una luce completamente nuova e il livello di stima e rispetto si impenna a quote altissime. Ecco, non è che di colpo tutte le cose in sospeso coi tuoi si dissolvano, no, è che davvero la prospettiva cambia, e molto. Così io ho rivisto la mia nonnina, e l’ho rivista con occhi nuovi, e me la sono coccolata con gli occhi dei ricordi, alla faccia di tutte le litigate che ci siamo fatte e di tutti i dispetti un po’ infantili che le ho fatto. Quanto mi piacerebbe che mi vedesse ora, almeno una volta, ora che ho capito cosa intendesse lei per “vestirsi ammodino, invece che con quei cenci senza orlo che ti metti te”. I cenci sbrindellati sono ancora nel mio armadio, ma ho qualche valtro estito che le piacerebbe 🙂 Se penso poi che mi piacerebbe che vedesse le nipotine, beh, non ci posso pensare ovviamente, perché mi sciolgo in lacrime, come è giusto che sia.

Ho esplorato altri meandri? Sì, credo di sì, qualche cosa è stata interessante, qualche altra cosa no. Ma il punto è che ieri, cretina, ho sbagliato le scarpe, e oggi, più scaltra, ho deciso che era arrivato il momento di comprarsene un paio come si deve, adatte a questo momento poco felice per i miei arti inferiori. E quel santo del mi’ marito, con una pazienza ormai affinata, non solo da anni  di rotture di coglioni da me causate, ma anche da un’intensa attività genitoriale con le due bimbe dette “i crostini”, di domenica mattina mi ha portata in un centro commerciale. Sempre sia lodato. E mi ha fatto provare TUTTE, dico TUTTE, le scarpe da ginnastica del negozio di calzature. Finché non ne abbiamo trovato un paio che, non solo contenessero i miei piedi gonfi e doloranti, ma che fossero anche comode per camminarci e abbastanza grandi da chiudersi sopra. Nemmeno un’ora ci abbiamo messo. Alla fine è stato un successo, quelle giuste, le scarpe perfette, erano anche in saldo e le ho praticamente pagate metà prezzo. Quelle scarpe mitologiche mi faranno tornare a camminare, mi aiuteranno nelle postura, allevieranno i dolori alla pianta. Quelle scarpe sono comodissime, sono fotoniche, sono della Nike. E io, con quelle indosso,  sembro l’omino Marshmallow con le scarpe fotoniche.

 

 

 

7 commenti

Archiviato in cose di mamma, in giro per il Regno Unito e per il mondo, Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

7 risposte a “Omino marshmallow (con le scarpe fotoniche)

  1. Bentornata! Innanzitutto, un grosso in bocca al lupo per il tuo ginocchio e vedrai che pian pianino tutto tornerà a essere come deve. Mi piace leggere che riesci a sfruttare anche un’esperienza come questa per riflettere su di te, sul tempo che passa, sulla vita. Saprai già che in Italia non stiamo messi benissimo in quanto a temperature… ti dico che i 20 gradi di Brighton un po’ golaa mi fanno… 🙂 Sono già in attesa del tuo prossimo post, a presto!!!

  2. Un grosso in bocca al lupo per questo ginocchio 🙂
    le scarpe sono proprio belle..e poi a me piacciono i colori!

    Baci
    Gilda di http://www.nonpuoesserevero.blogspot.it

  3. Anonimo

    Finalmente il nuovo post 😀

  4. Pingback: Meteopatia: sarà il caldo, sarà il freddo, sarà l’umido… | malditestadellimmigrata

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