Meteopatia: sarà il caldo, sarà il freddo, sarà l’umido…

Diluvia, piove che dio la manda, sembra di affogare in un mare d’acqua. Siamo al 13 agosto e questa estate brightoniana davvero stenta a decollare, non è mai decollata, e mi sa che è già finita. Così io mi trincero nelle mie sicurezze livornesi, nella dolce aspettativa di quel caldo che mi aspetta, così caldo che fino a che non ti ci tuffi non te lo ricordi cosa vuol dire. Quel caldo che è maniche corte e spalle scoperte anche di sera, quel caldo che le scarpe chiuse danno noia, fanno sudare troppo, quel caldo che devi dormire scoperta la notte, anche il lenzuolo va buttato da una parte.

Quel caldo lì me lo ricordo appena. Perché le sensazioni che ti dà il tempo, quello meteorologico, sono forti, sono potenti, ti assorbono mentre le vivi, ti condizionano in quel momento, tanto, ma poi si dissolvono, ed è difficile ricordarsi com’è davvero stare in quella situazione, calda, umida, fredda o bagnata che sia. Ci si ricorda a parole, ci si ricorda con le immagini, almeno io riesco a vedere le immagini di me stessa sudata e prostrata dal caldo, felice di sudare e di affannarmi sotto un sole quasi africano, ma non riesco a richiamare sul mio corpo le sensazioni reali.

Così sono immersa nel mio mondo uggioso, circondata da finestre bagnate, gocce di pioggia sui vetri, odore di erba umida e di parco inzuppato. Ed è così autunnale che mi pare surreale. E anelo al caldo che spero di sentire stasera, quando atterrerò in Italia. Poi me ne pentirò, probabilmente, ma ora anelo al caldo, anelo al sole.

E mi guardo le mani, gonfie e con le dita salsiccioidi e mi chiedo se il caldo aiuterà o peggiorerà la cosa. E soprattutto mi chiedo com’è possibile essere così sfigati. Mi fermo subito, perché in realtà come sempre c’è chi è molto più sfigato di me. Ma come sempre l’egocentrismo domina e sapere che potrebbe andare peggio o che c’è a chi gli va peggio, non mi fa stare meglio, anzi mi fa dispiacere per chi sta peggio di me.

Così eccomi, la mattina presto, con l’umidità che mi entra nelle ossa e le giunture tutte rigide e bloccate. Impaziente di partire, impaziente di sentire il caldo sulla mia pelle, impaziente di sniffare le mie bimbine, impaziente di abbracciare i miei, impaziente in generale come sempre prima di una vacanza o di un ritorno a casa. Ma mi sento ancora come l‘omino marshmallow, o forse l’omino michelin. Sono gonfia e non sto bene.

Immagine presa da internet

Immagine presa da internet

E qui si ritorna alla sfiga. Avevo già un ginocchio malandato, dovevo operarmi, ho aspettato mesi perché il sistema sanitario inglese è lento come e quanto quello italiano, e così quando finalmente siamo arrivati all’operazione stavo messa proprio male, con tutti i muscoli moscini e le gambe per niente in forma. E prima di operarmi, qualche settimana prima, mi si erano anche gonfiate le caviglie. Roba che il gonfiore che avevo in gravidanza era una passeggiata al confronto. E tutti, dottori compresi, mi dicevano che era una reazione al mio modo di camminare, che camminando male sforzavo le caviglie e le sottoponevo a uno sforzo e una pressione tale che alla fine si sono gonfiate come palloncini. E certi dolori ai piedi, come coltellate. E ogni mattina la stessa scena penosa di blocco. Mi alzavo e mi muovevo come una vecchietta affetta da tutte le malattie possibili in campo di giunture. E nessuno ha prestato molta attenzione alla cosa.

Così ogni mattina mi alzavo tutta rigida e dolorante, e poi trascinavo a fare le mie cose, lenta come un bradipo e con un grado di efficienza così scarso da essere imbarazzante. I giorni passano e finalmente arriva la tanto agognata operazione. Già ero tutta eccitata, pensavo che appena mi sarei rimessa in forma le cose sarebbero migliorate. Ci sarebbe voluto tempo, certo, per rifare il muscolo e rimettersi in sesto, ma ero gasatissima. E in effetti mi opero, e sto meglio. Drogata come un tacchino dall’anestesia e dagli antidolorifici, costretta a un riposo forzato, le mie caviglie si sgonfiano un pochino e io mi sento bene, e sollevata. Ma qualche giorno dopo il gonfiore aumenta di nuovo e i dolori pure. Io sono spossata e le cose sono di nuovo difficili e faticose da fare. La mia lentezza è imbarazzante.

Finché non peggioro proprio, e mi viene la febbre e mi sento sempre meno in forma. Morale della favola, 4 settimane, una notte al pronto soccorso, 4 volte dal medico di base, due volte all’ospedale e un certo numero di litri di sangue prelevato e 5 dottori dopo, finalmente qualcuno mi diagnostica qualcosa. E la dottoressa, mia salvatrice, che finalmente mi spiega quello che sta succedendo, mi dice anche di avere pazienza. Si tratta di un’infiammazione reumatica causata da un’infezione. Il processo infiammatorio è in corso (ma dai, pensavo che le caviglie a palloncino e le dita a salsicciotto fossero un bonus!) e ci vorrà del tempo prima che regredisca. Così mi rilasso, abbasso la guardia e penso: sono in buone mani, mi hanno rivoltata come un calzino, mi hanno creduta e presa sul serio e sanno cosa mi sta succedendo. Si prenderanno cura di me. E abbasso la guardia. Stupida, cretina, ingenua che non sono altro. Abbasso la guardia e non la bombardo di domande. Non le chiedo se posso prendere medicine più forti, quanto tempo ci vorrà perché il processo regredisca, per quanto tempo potrebbe ancora proseguire il corso dell’infiammazione. Non le chiedo il numero personale a cui chiamarla per le emergenze o per i dubbi. Me ne vado col mio foglietto, e un appuntamento in 4 settimane, inebetita e felice dalla sensazione di avere, dopo settimane di buio, uno straccio di diagnosi.

E mentre mi trascino verso casa  con la mia elegante camminata con stampella, non sono consapevole di aver tralasciato tutte le domande importanti. E non so ancora che mi pentirò presto di non averle fatte. Perché non sapevo cosa volesse dire quella frase, quell’invito ad “avere pazienza”. Mi mancavano i sottotitoli. Le mani, le ultime ad essere state colpite dall’infiammazione reumatica, hanno proseguito incuranti il loro processo infiammatorio, e dall’essere solo un po’ indolenzite e vagamente rigide, ora sono gonfie, le dita non si piegano e il tutto fa un male cane (senza contare che non riesco nemmeno a fare il caffè o a tenere una penna in mano come si deve). Le caviglie sembrano stare vagamente meglio, come se resuscitassero da un lungo torpore e ogni giorno emerge un millimetro di piede e di malleolo, dopo essersi fatto faticosamente strada tra le montagnole di gonfiore che, cocciute, sembrano metterci una vita a rimpicciolirsi. Le ginocchia si lamentano, davanti e dietro, in generale, ed è difficile capire se si lamentano perché le ho strapazzate, perché avrebbero bisogno di un po’ di movimento o di riposo o perché anche loro sono infiammate e vittime come tutto il resto.

Così mi girano le palle. A ruota. A manetta. Fuori fa freddo, piove e c’è in generale un tempo di merda. Io non vedo l’ora di partire, ma temo il viaggio e temo la permanenza. Farò la malata in vacanza? O riuscirò a fare un po’ di vacanza, a scrollarmi un po’ dell’ansia che mi attanaglia? A vedere magari un dottore o una dottoressa che parla la mia lingua e risponde alle mie domande  col mio stesso codice comunicativo. Perché non è una questione di lingua e basta, no no, è una questione di codice, di non detto, di cultura, di tradizione, e non è mai facile in un altro paese, perché ci vuole tempo per conoscere il codice di un paese altro dal proprio.

Così ripenso a tutti i dottori che ho visto. Ripenso al medico di base che tre settimane fa, guardando le mie caviglie gonfie, dopo tre giorni di febbre, mi fa, serafica: deve essere il caldo, potrebbero essersi gonfiate per il caldo. L’ho guardata, ho guardato fuori dalla finestra, era una giornata grigia, ci saranno stati sì e non 17 gradi fuori, era il 20 di luglio.

Le ho detto che non mi sembrava tanto caldo. Ho pensato che fosse una cretina, avrei voluto dirle che il caldo è un’altra cosa. Avrei voluto dirle che non basta che ci sia scritto ESTATE sul calendario perché si materializzi il caldo a comando. Avrei voluto dirle che sono italiana e che ne so qualcosa del caldo. Avrei voluto dirle che secondo me era un’imbecille, perché non si dice a una che viene nel tuo studio sfatta, con le caviglie gonfie da mesi, delle analisi del sangue del cazzo e una notte insonne al pronto soccorso sulle spalle, beh, non si dice a una così: hai le caviglie gonfie per il caldo. Non si dice semplicemente perché NON FA CALDO. PER NIENTE.

Chissà se la laurea in medicina l’ha presa con i punti della Coop- o forse dovrei dire del Tesco 😉

 

 

3 commenti

Archiviato in il gioco delle differenze, in giro per il Regno Unito e per il mondo, riflessioni (finto profonde) a caso

3 risposte a “Meteopatia: sarà il caldo, sarà il freddo, sarà l’umido…

  1. Barbara

    Nicla!! Mi dispiace un sacco per tutte le cose che ti sono capitate!! Goditi le vacanze e speriamo che ti rimetta presto!!

  2. Ciao, c’è modo di mandarti una mail per una possibile collaborazione? Bel Blog, compliementi:)

  3. Noooo senti li, piccina te. Speriamo il caldo di Livorno ti sgonfi un po’, in domo alla dottoressa.

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