La dolcezza dell’aria

fortezza-nuova

Livorno – immagine tratta da internet

Non c’è storia, l’aria di Livorno ha un tepore e una dolcezza, anche nel suo retrogusto salato e salmastro, che non ha paragoni. Per me ha un sapore e un odore magici. Sarà perché sa di casa, di mare, di vacanza e di caldo. Sarà perché ha profumi e suoni che mi appartengono, in fondo all’anima, nel sangue, nella carne. Sarà perché anche quando puzza, quando suda, quando è sporca, quando è troppo carica, è sempre l’aria della mia infanzia.

Così questa aria di Livorno mi riconquista ogni volta, mi stupisce, mi colpisce col suo calore. Qui fa sempre più caldo di quanto mi aspettassi, e la maggior parte dei vestiti trascinati da Brighton, rimane inultilmente a giacere sul fondo della valigia. E se penso di essere in vacanza, se trascuro il degrado urbano, la crisi che galoppa, scanso le cacche di cane e le buche sul marciapiede e mi concentro sul mare, sulla luce, su quei colori fantastici e sull’odore pungente del lungomare, mi innamoro ancora e ancora di questa città.

Improvvisamente poi questo sentirsi in vacanza fa dilatare il tempo, anche se scappa veloce e non basta mai. E si creano momenti di fermoimmagine, oasi di pensiero dove le idee possono galoppare e posso pensare. Così ritrovo il tempo, virtuale, per pensare alle cose e alla vita. Per ascoltare di nuovo con attenzione gli altri e le cose che mi vengono dette e ascoltare me stessa, e pormi nuove domande e cercare risposte a domande già poste.

Oggi una carissima amica mi ha chiesto se finalmente mi sentivo a casa a Brighton e d’impulso ho risposto di sì. Ho avuto il tempo per pensarci e ripensarci, sull’autobus, mentre tornavo a casa. Ho realizzato che quel sì era sentito, spontaneo e che era probabilmente vero. Ora e qui, oggi, vero. Anche se l’aria di Livorno mi conquista e mi è familiare. Brighton mi chiama quando mi allontano. Anche lì l’aria sa di mare, ma non così forte, e non è sempre tiepida come qui. Non c’è l’odore di schiacciata che ti colpisce quando passi accanto a un panificio. E non ci sono i panni stesi, profumati e svolazzanti. Non c’è l’odore di mangiare che esce dalle finestre delle case. Eppure c’è per me, adesso, in questo spicchio di vita, l’odore di casa. Del sentirmi a mio agio tra spezie esotiche e profumo di parco.

Annosa questione quella del sentirsi più o meno a casa. Praticamente senza risposta certa o assoluta. Eppure oggi la domanda dell’amica mi ha colpita nel profondo. Lei che è stata straniera a Livorno e che ogni tanto mi fa sentire come allo specchio. Lei che è per me un esempio di cittadina del mondo. Mi ha colpito la sua domanda, come se ci fossimo scambiate. Mi ha colpita la mia risposta affermativa d’impulso, perché poi ho avuto il tempo di pensarci e ho realizzato che sì, la mia casa ora è laggiù e ne sono felice.

Felice di fare un lavoro che mi piace e di essere pagata decentemente per quello che faccio. Felice di aver trovato un equilibrio, seppur precario, nella precipitosa routine familiare di tutti i giorni. Felice di avere il parco dall’altro lato della strada. Felice di sentire il meraviglioso cicaleccio delle mie bimbe, mezzo in italiano e mezzo in inglese. Felice di andare qualche volta al pub e di ordinare il take away indiano. Felice di poter essere a Londra in un’ora. Felice di sapere che c’è il mare anche se poi non ci vado quasi mai a guardarlo. Felice della luce dorata e violenta che entra dalla finestra di casa mia nel pomeriggio e cuoce la fodera del divano, che tanto è vecchiotto e macchiato e chissenefrega.

Eppure tante volte mi sento triste, tante volte ho nostalgia dell’aria di Livorno, con tutto il suo carico di profumi, di amore, di affetti, di persone care e troppo lontane, troppo spesso fuori portata. E quando torno a respirare l’aria di Livorno, c’è sempre qualche colpo al cuore in agguato. Un acciacco in più per i più vecchietti, qualche filo grigio in più tra i capelli di chi mi vuole bene, qualche preoccupazione in più per la famiglia, qualche segno in più per le pene e le preoccupazioni quotidiane. E ovviamente le vedo bene queste cose, perché la distanza di mesi tra una visita e l’altra amplia ogni cosa, sottolinea ogni cambiamento. Sembra un evidenziatore, una lente di ingrandimento del tempo che passa e della vita che si srotola inesorabile, nel bene e nel male. E mi immagino che sia reciproco per gli altri nei miei, nei nostri confronti. Così mi dispiaccio. Mi dispiaccio per loro. Penso ai miei che si preoccupano, perché di motivi per preoccuparsi gliene ho dati tanti negli ultimi mesi. Penso alle volte che sono stata egoista perché mi sono sfogata dei miei acciacchi, al telefono, sapendo che loro non avrebbero potuto farci niente, se non preoccuparsi impotenti. Eppure mi sono sfogata perché il loro conforto mi sembrava che alleggerisse la mia pena. E boh, non è che questi sentimenti mi abbiano fatto arrivare a qualche illuminazione. A qualche ricetta per l’emigrazione perfetta e felice. Perché probabilmente non c’è questa ricetta. C’è solo la ricetta della ricerca dell’equilibrio giorno per giorno. Il lusso che mi è concesso di vivere una vita scelta e goduta. Così scaccio la nostalgia e il dispiacere e penso a quanto sono fortunata: vivo una vita che vale la pena di essere vissuta, faccio cose che mi piacciono e la condivido con persone che mi piacciono e che amo. Che detta così pare la pubblicità del mulino bianco, ma pazienza, non diventerò certo diabetica per qualche riga più sdolcinata del solito!

E dopo tanti mesi di silenzio stampa, scaccio la nostalgia, respiro quest’aria dolce a pieni polmoni, sperando di poter portare con me le belle sensazioni che mi regala, mi godo le ore di libertà che mi sono state regalate, sopprimo i cattivi pensieri e il giramento di palle per la mia salute ballerina, e mi butto a pesce su questo spazio mio, su questo luogo virtuale che mi è tanto mancato. E non mi importa di aver messo giù pensieri sconclusionati in questo post arruffato, mi importa di aver ritrovato la voce, di aver ripescato parole e pensieri che hanno navigato in acque profonde e buie. Mi importa di aver avuto il tempo di fermarmi a respirare, a pensare, ad annusare l’aria, a lasciare che le sensazioni e le emozioni si impossessassero di nuovo di me. E mentre lascio che le parole sfreccino veloci tra le mie dita, continua a martellarmi in testa una canzone anarchica che ho cantato tante volte, e ogni volta mi pare così ingenua e allo stesso tempo vera “la mia patria è il mondo” e “La casa è di chi l’abita, è un vile chi lo ignora”. Io ho trovato una casa da abitare e credo che sia la mia casa.

 

 

6 commenti

Archiviato in Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

6 risposte a “La dolcezza dell’aria

  1. Anonimo

    Che belle parole in questa grigia mattina norvegese. Grazie!

  2. Simona

    Come sempre hai la sensibilità e la padronanza di trasformare i tuoi sentimenti in parole, parole così chiare e toccanti … che arrivano dritte come frecce nel cuore…..Immancabilmente mi hai commossa!!! Mannaggia a te😉 ti voglio bene! Simona

  3. Pingback: Top post dal mondo expat #4.4.16 | Mamma in Oriente | Mamma in Oriente

  4. Anonimo

    Nicla scrivi veramente bene, ed emerge sempre il tuo pensiero la tua formazione culturale. Brava condivido conte la vecchia canzone anarchica che in questo momento sembra ancora piu lontana.

    Un bacio alle tue bimbe
    scrivi ancora sfrutta questa dote ciao Franco

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