I had the feeling that I belonged

Batte e ribatte questa strofa di una canzone di Tracy Chapman, Fast car, e non mi esce dalla testa. Ormai sono settimane, forse mesi, mi torna in mente la canzone, suona e risuona quella strofa. E mi scava dentro.

 

Non certo perché io debba scappare da una vita di miseria, a bordo di una macchina veloce, o perché debba riscattarmi da una vita familiare terribile (come nella canzone), ma perché mi è capitato tante volte, negli ultimi tempi, di sentire davvero di appartenere a questo posto.  Così a maggio siamo andati alla parata di apertura del Brighton festival, una sfilata di tutti i bambini delle scuole di Brighton e dintorni. Con le bimbe siamo andate a preparare le magliette per la parade, abbiamo passato due pomeriggi alla scuola, chiacchierando con gli altri genitori, rincorrendo altri bambini per acchiappare i pennarelli, ringraziando qualche mamma per l’aiuto e il ghiaccio quando la più grande si è schiacciata una manina in una delle porte tipo saloon che ondeggiavano pericolosamente ogni due minuti. E in quei giorni mi sono sentita bene, mi è sembrato di aver fatto un micro passo verso l’integrazione in questo paese, di aver scambiato qualche parola in più rispetto alle solite due battute fuori dalla scuola. Poi il giorno della parade ci siamo divertiti e abbiamo sfilato con la scuola della bimba, c’erano tanti compagni e compagne di classe, c’era un caos incredibile e un’atmosfera frizzante, piena dell’eccitazione dei bambini. Deve essere stato dopo quel sabato di maggio che le parole si sono affollate nella mia testa, pronte per questo post. Ma ho rimandato, settimana dopo settimana, perché in fondo non sentivo un’urgenza impellente. Poi si sono susseguiti gli inviti per la bimba più grande per andare a giocare dalle amichette, il compleanno di una sorellina, l’invito per un caffè dopo aver consegnato la prole alle rispettive scuole e maestre, e la sensazione di appartenza, l’illusione dell’integrazione si è rafforzata. Parlo di illusione perché sono davvero combattuta sul significato di questa parola. Mi integro con cosa? Dentro a che cosa? Faccio parte di un sistema? O semplicemente rientro in una rete di relazioni che prima non mi includeva? Boh, davvero cambio idea in continuazione, perché ci sono molti aspetti di questa integrazione (anche se devo ammettere che la parola in sè mi fa pensare ogni volta agli elettromestici a incasso, sarà che qui si chiamano “integrated appliances” e mi viene sempre da ridere). Quindi mi chiedo dove sono infilata io? Mi rendo conto che si tratta di una ragnatela delicata, di un lavoro certosino di comunicazione e selezione, che la costruzione delle relazioni sociali richiede un’energia e un impegno notevole e che qualche volta, per fortuna, ci sono quei momenti magici in cui all’improvviso un’altra persona si apre, ti fa un gesto, ti accoglie nella sua vita, o semplicemente ti accoglie per un momento nella sua bolla personale, condivide un’emozione con te.

Non avrei mai pensato che la Brexit, prima e dopo il voto, potesse dare una svolta a questo processo di avvicinamento agli indigeni British. Prima del voto ci sono state le chiacchiere “da bar”, le battute, le preoccupazioni più o meno espresse, i commenti scaramantici, le osservazioni scambiate coi genitori all’uscita della scuola della bimba grande, con le colleghe nella stanzetta della fotocopiatrice al College dove lavoro, con qualche studente alla fine delle mie lezioni, in ascensore coi vicini di casa. Il giorno del voto mi sono stupita più volte, addirittura ho registrato un record di contatti umani all’asilo (dove di solito lo scambio di convenevoli non raggiunge nemmeno il minimo sindacale e addirittura i “grazie” e i “prego” per l’apertura del portone sono pronunciati a mezza bocca). Dicevo quindi, i contatti umani: mentre uscivo dall’asilo per mano alla piccina, mi imbatto (quasi ci vado a sbattere) in una mamma con la spilletta che diceva “I’m IN” (Sono dentro/per restare)”, così senza nemmeno pensarci le ho detto che ero davvero contenta di vedere la sua spilletta. Lei tutta giuliva mi spiega che era una cosa scontata per lei, semplice, senza dubbi (no brainer). Beh, che dovevo fare? L’ho ringraziata per la sua campagna e ho esternato il mio sentimento di quel giorno: “Quanto vorrei poter votare anch’io, peccato che io sia italiana…” e lei mi ha rassicurata, quasi confortata, dicendomi che dovevo aver fiducia. Insomma, un record mondiale, una conversazione di ben 2 minuti con una mamma sconosciuta e particolarmente amichevole che addirittura mi ha parlato di politica e mi ha consolata. Stentavo a crederci.

IamIN

“IO SONO DENTRO/PER RESTARE” Immagine tratta dal web

Ma la vera ondata di intimità, di solidarietà e di “comunione” è arrivata la settimana dopo il voto. Si è trattato di una vera e propria onda che mi ha investita e commossa: i miei studenti. Era l’ultima settimana di giugno e avevo le ultime lezioni dei corsi. I miei studenti si presentano afflitti, sconvolti, depressi e una sera dopo l’altra raccolgo i loro sfoghi, le loro lamentele, le loro terribili preoccupazioni, il loro disappunto, la loro triste sopresa e addirittura le loro scuse. Le mie lezioni di colpo parevano delle riunioni dell’anonima alcolisti o di qualche altro gruppo di auto aiuto.  Alcuni di loro mi hanno proprio detto che si vergognavano di come fosse andato il referendum, che si volevano scusare con me perché la campagna per lasciare l’Unione europea aveva avuto una forte connotazione anti immigrati e quel voto rappresentava anche quello, anche il razzismo o comunque un sentimento di rabbia nei confronti degli immigrati, degli stranieri, e loro volevano scusarsi se tutta quella campagna mi aveva fatta sentire discriminata, indesiderata in quanto straniera. All’improvviso si è creata un’intimità incredibile, una vera e propria connessione con queste persone che mi hanno confidato le loro emozioni e i loro sentimenti. Io mi sono proprio commossa. Quando sono tornata a casa ero stordita: un voto storico come quello, un voto che in teoria mi avrebbe dovuta allontanare, in quanto europea, dal paese che mi stava ospitando, all’improvviso mi aveva avvicinata come non mai ai suoi abitanti, o almeno ad alcuni di essi.

Per non parlare della rinforzata vicinanza con quelle amiche/mamme con cui già ero in contatto e più o meno in amicizia: grandi sfoghi per il risultato elettorale, chiacchierate “politiche” come non se ne erano mai viste e mai sentite. Ovviamente tutto questo non mi rasserena sulle conseguenze che questo voto porterà e nemmeno mi fa sottovalutare la gravità delle situazione, ma in qualche modo questa catena di eventi ha influenzato il mio sentirmi parte di un pezzettino di Brighton.

E ora che sono lontana da Brighton da sei settimane, beh, ne ho nostalgia. Perché per quanto Livorno sia sotto la mia pelle, sia dentro di me, per quanto mi appartenga, è successo che anche Brighton mi abbia fatta un po’ sua, mi abbia fatto sentire che un po’ appartengo anche a lei. I have the feeling that I belong.

 

2 commenti

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2 risposte a “I had the feeling that I belonged

  1. Teresa

    …ma secondo te, perche’ le mamme della nursery non danno confidenza? Io ancora non me lo spiego, mi sembra cosi’ strano, eppure io sono sempre gentile e sorridente con tutte, boh!

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