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Omino marshmallow (con le scarpe fotoniche)

Mesi e mesi senza nemmeno un post. Mi sono scervellata per postare qualcosa di veramente profondo e intelligente e l’unica cosa a cui riesco a pensare oggi sono le mie bellissime scarpe nuove. Brillanti, colorate, con la striscia fluorescente, un vero pugno in un occhio. Una cosa inguardabile dal punto di vista dei colori. Ma sono bellissime, e come si direbbe a Livorno, sono fotoniche. Oggi, per la prima volta in vita mia, mi sono comprata un paio di Nike.

Scarpe fotoniche

Scarpe fotoniche

Praticamente un evento. Continua a leggere

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Ansia da prestazione

Malizia. Si dice ansia da prestazione e il pensiero corre subito al letto, al sesso e ad annose questioni. E invece no, la mia non ha niente a che vedere con questa sfera intima e privata che fa tanto copertina di Cosmopolitan. Ha invece a che vedere con un’altra sfera, che a mio avviso pure è intima e privata: il lavoro.

Avevo un forte desiderio di tornare a lavorare, di rimettermi in gioco e di ricominciare a tessere le sinapsi del mio cervello in attività diverse da quelle bambinesche. Il mio piano originale era di mettere anche la bimba piccola all’asilo, almeno per poche sessioni alla settimana (perché col tempo pieno andremmo falliti in due mesi!), e da settembre, con qualche ora libera, mettermi a cercare lavoro. Durante l’estate, però, spulciando i siti delle scuole qua e là avevo trovato un bando di selezione per docenti per dei corsi serali per adulti in un college. In anticipo rispetto ai miei piani avevo quindi colto l’occasione e fatto domanda. Ta-dan! In lista, colloquio, presa! All’inizio grandi prospettive, tre corsi alla settimana, ero felicissima. Poi l’euforia si sgonfia un po’ e alla fine dei tre corsi ne parte solo uno. Comunque contenta, inizio giuliva. Non sapevo quello che mi aspettava…

immagine tratta dal web

immagine tratta dal web

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I greci

immagine tratta da wikipedia

Chiesa dei Greci a Livorno – immagine tratta da wikipedia

A casa mia, a Livorno, si dice “vai a fatti benedi’ dai gre’i!”, un modo poco elegante ma efficace per consigliare a qualcuno affetto da sfortuna di varia natura di cercare una soluzione per tale sventura.

Di solito si arriva a meritare un tale consiglio in caso di un paio di sventure, che ne so, una brutta influenza seguita da un lieve tamponamento, o più membri di famiglia affetti simultaneamente da qualche male di stagione. O anche quando un male qualsiasi, anche di lieve entità, come raffreddore o influenza, colpisce nella stagione sbagliata. Magari me ne sto bella bella al moletto di Antignano e sono colta da starnuti e tosse, è caldo, è estate, c’è il sole, e il passante occasionale, squadrandomi, si potrebbe permetter di dirmi che devo andare a farmi benedire dai greci.

Questo non vuol dire che devo prendere un aereo e volare fino ad Atene, semplicemente basta andare in via della Madonna, a Livorno, presso la chiesa dei Greci, luogo dove appunto si può richiedere la benedizione, sperando di scampare a nuove disavventure.

Le mie vacanze livornesi, seddiovole appena finite, ecco, si possono definire proprio così, coi “greci”. Una sfiga dopo l’altra in una spirale crescente di violenza. Continua a leggere

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definizioni

In questi giorni ho scritto decine di post. Tutti nella mia testa e nemmeno uno sul mio quadernino o sul mio computer. Stamattina poi ho quasi scritto un trattato, mentre andavo da casa all’asilo, con due bimbe, lo zaino, il vento in faccia e quell’aria sempre a metà tra lo sciagattato e il disperato. Ovviamente il trattato era tutto nella mia testa, scrivevo e scrivevo e addirittura vedevo le cose scritte davanti ai miei occhi, le lettere e le parole che comparivano, come su un foglio. Come esercizio non è male, fantastico tra l’altro per estraniarsi per qualche minuto dal cicaleccio interminabile della mia bimba. Lei parla. Tanto. Sempre. Senza sosta. In continuazione. Parla. E io, che pure sono una chiacchierona di prima categoria, per la prima volta in vita ho capito l’impagabile valore del silenzio. Così stamattina stavo nel mio “happy place”, mentre lei chiacchierava con me, coi fiori, con la sorella, con i muretti, con le formiche, e scrivevo parole virtuali nel mio cervello. Continua a leggere

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La magia dell’anticipazione – un mese dopo

Durante le lunghe ore della Christmas Storm, prima di Natale, avevo trovato un po’ di tempo per un post prenatalizio, pre partenza, pre Livorno.

Praticamente eravamo così, il giorno della partenza, alla fermata del bus (immagine tratta dal web)

Praticamente eravamo così, il giorno della partenza, alla fermata del bus (immagine tratta dal web)

Poi il post era rimasto intrappolato nella tempesta, letteralmente. Il vento forte e le piogge avevano provocato danni alle linee ferroviarie, e il nostro viaggio diventava ora dopo ora sempre meno sicuro e di certo sempre più stressante. Così il computer era diventato la nostra fonte di informazione sul meteo, la viabilità, la situazione dell’areoporto e dei voli, e il mio post, quelle righe messe insieme in un preziosissimo ritaglio di tempo, era finito nel dimenticatoio.

Alla fine siamo partiti, il viaggio, stressante e parecchio di corsa, è andato bene e siamo arrivati a Livorno. E dopo due settimane, siamo anche ritornati a Brighton. E oggi ho riletto quelle righe. Potrei scriverne il seguito, ma è certo che non cambierei una virgola, quelle sensazioni e quelle emozioni mi appartengono ancora, anche col senno di poi.

E allora eccolo qui, lo lascio così, senza conclusione, quella la conservo per un altro post, con l’illusione di ritrovare ancora un prezioso ritaglio di tempo per scrivere ancora.

Eccoci finalmente arrivati alla vigilia di queste feste natalizie alla vigilia della nostra partenza per tornare a casa. Casa. Beh, è quella che mi/ci aspetta a Livorno o quella che ci lasciamo alle spalle qui a Brighton, o quella che qualche mese fa abbiamo lasciato a Friburgo?

Non è la prima volta che mi chiedo questa cosa della “casa”, è una cosa che mi sta a cuore e su cui mi interrogo spesso (come si può leggere qui). Ma a questo giro la cosa che mi ha colpito è stata soprattutto l’attesa. Questa lunga attesa del viaggio. Il carico di aspettative, le emozioni dell’anticipazione, l’idealizzazione di Livorno, quel luogo magico di tranquillità, affetti familiari, clima piacevole, cibo fantastico, un posto equilibrato e riposante che, in realtà, esiste solo nella mia immaginazione. Questo fenomeno credo sia noto alla maggior parte dei migranti, per un tot di mesi all’anno si aspira a tornare a “casa”, o dalla famiglia o comunque al luogo di origine che ci siamo lasciati alle spalle, e poi, zac! una volta tornati, arrivati, sistemati, un paio di giorni e puf! la magia scompare e si viene travolti dalla vita vera.

Ora nel mio caso vengo travolta letteralmente. Non per me, ma per la bimba. La prima figlia/nipote dei nostri nuclei familiari, ha fatto da star ad ogni rientro, e questa volta a Livorno di bimbe ce ne porto ben due, di cui una nuova di zecca e con ancora tanta gente da conoscere. Mi tremano le ginocchia al pensiero di quello che ci aspetta! Perché non importano i buoni propositi e le promesse: questa volta vietato strafare, questa volta vietato prendere troppi impegni, questa volta vietato dire di sì a tutto e tutti, questa volta vietato fare i pellegrinaggi da casa a casa a salutare ogni singolo amico, parente, conoscente, questa volta è d’obbligo riposarsi e seguire dei ritmi più rilassati e umani.

Nonostante i saggi propositi, nonostante qualche tentativo di programmazione anticipata, nonostante la buona volontà, finisce sempre che le vacanze in Italia siano una corsa al massacro. Le buone intenzioni della famiglia spesso si trasformano in un calendario zeppo di appuntamenti che nemmeno Obama nei suoi picchi di popolarità. E poi diciamo la verità, a me piace vedere i miei amici, salutare le persone a cui voglio bene e ho spesso dei seri problemi a calcolare le mie reali forze e finisce che mi stanco come una matta e riparto più sfatta di prima (c’è da calcolare che gli anni avanzano e le ore di sonno, con la prole raddoppiata sono più che dimezzate). Ma la cosa che mi abbatte alla ri-partenze di solito non è la stanchezza fisica, ma è il senso di delusione e disillusione che mi attanaglia dopo le permanenze in Italia. Perché basta poco per ripiombare velocemente in quella palude italiana, in quello stato indefinito di disagio e per rivedere in un attimo tutta quella serie di motivi che hanno spinto a scappare. E nonostante la nostalgia che sale quando si sta lontani, ad ogni rientro italiano c’è il solito pugno nello stomaco.

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Corse, rincorse, case e tempi stretti

Sono settimane che ho un post abbozzatto sull’avventura del cercare casa a Brighton, ma non c’è verso di finirlo. Un po’ che manca il tempo, un po’ che appena mi ci metto magicamente la bimba piccola vuole il latte o vuole che l’assista ad emettere aria (da sotto o da sopra, poco importa, ha bisogno di sostegno morale, piccina!) oppure quella “grande” ha un improvviso attacco di mammite ed è urgente, necessario, indispensabile, irrimandabile che l’aiuti a cercare la sua macchinina argentata o la felpa di spiderman. Ma no, non ho deciso di trasformare questo blog in un mommy blog, e quindi la chiudo qui con le lamentele sui figli. Un po’ che la tecnologia, o forse il mio ricoglionimento, giocano contro di me, e l’ultima bozza invece di salvare tutte le preziose parole che avevo scritto (mortgage, estate agent, survey, open house, viewing…) si è aggiornata alla penultima versione e del post ne è rimasto meno di mezzo. Insomma, come blogger, un disastro. Continua a leggere

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