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Nostalgia della nostalgia

Proprio così, ho nostalgia della nostalgia. Mi mancano certe sensazioni che la nostalgia mi dava. Dopo mesi lunghissimi sono riapprodata in questo porto familiare, in questo blog che dormiva sotto strati di settimane e settimane scivolate via senza che nemmeno me ne fossi accorta. E gironzolando tra i commenti lasciati tutti soli sotto alla marea di parole mie e tra vecchi post più o meno datati, mi sono ritrovata ad avere nostalgia di quelle sensazioni che provavo prima. Mi manca quell’emozione, quel sentimento di nostalgia che attraversava i miei pensieri, che a sorpresa mi attanagliava, si infilava nelle pieghe dell’anima e dell’umore e addolciva i ricordi di quello che avevo lasciato dietro di me.

Invece ora non la sento quella nostalgia, e un po’ mi manca. Perchè smettere di avere nostalgia dei posti che si ama è un po’ come diventare grandi e poi ripensare alla forza delle emozioni che ci travolgevano da bambini o da adolescenti e rimpiangerla un po’. Continua a leggere

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Meteopatia: sarà il caldo, sarà il freddo, sarà l’umido…

Diluvia, piove che dio la manda, sembra di affogare in un mare d’acqua. Siamo al 13 agosto e questa estate brightoniana davvero stenta a decollare, non è mai decollata, e mi sa che è già finita. Così io mi trincero nelle mie sicurezze livornesi, nella dolce aspettativa di quel caldo che mi aspetta, così caldo che fino a che non ti ci tuffi non te lo ricordi cosa vuol dire. Quel caldo che è maniche corte e spalle scoperte anche di sera, quel caldo che le scarpe chiuse danno noia, fanno sudare troppo, quel caldo che devi dormire scoperta la notte, anche il lenzuolo va buttato da una parte. Continua a leggere

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I greci

immagine tratta da wikipedia

Chiesa dei Greci a Livorno – immagine tratta da wikipedia

A casa mia, a Livorno, si dice “vai a fatti benedi’ dai gre’i!”, un modo poco elegante ma efficace per consigliare a qualcuno affetto da sfortuna di varia natura di cercare una soluzione per tale sventura.

Di solito si arriva a meritare un tale consiglio in caso di un paio di sventure, che ne so, una brutta influenza seguita da un lieve tamponamento, o più membri di famiglia affetti simultaneamente da qualche male di stagione. O anche quando un male qualsiasi, anche di lieve entità, come raffreddore o influenza, colpisce nella stagione sbagliata. Magari me ne sto bella bella al moletto di Antignano e sono colta da starnuti e tosse, è caldo, è estate, c’è il sole, e il passante occasionale, squadrandomi, si potrebbe permetter di dirmi che devo andare a farmi benedire dai greci.

Questo non vuol dire che devo prendere un aereo e volare fino ad Atene, semplicemente basta andare in via della Madonna, a Livorno, presso la chiesa dei Greci, luogo dove appunto si può richiedere la benedizione, sperando di scampare a nuove disavventure.

Le mie vacanze livornesi, seddiovole appena finite, ecco, si possono definire proprio così, coi “greci”. Una sfiga dopo l’altra in una spirale crescente di violenza. Continua a leggere

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La magia dell’anticipazione – un mese dopo

Durante le lunghe ore della Christmas Storm, prima di Natale, avevo trovato un po’ di tempo per un post prenatalizio, pre partenza, pre Livorno.

Praticamente eravamo così, il giorno della partenza, alla fermata del bus (immagine tratta dal web)

Praticamente eravamo così, il giorno della partenza, alla fermata del bus (immagine tratta dal web)

Poi il post era rimasto intrappolato nella tempesta, letteralmente. Il vento forte e le piogge avevano provocato danni alle linee ferroviarie, e il nostro viaggio diventava ora dopo ora sempre meno sicuro e di certo sempre più stressante. Così il computer era diventato la nostra fonte di informazione sul meteo, la viabilità, la situazione dell’areoporto e dei voli, e il mio post, quelle righe messe insieme in un preziosissimo ritaglio di tempo, era finito nel dimenticatoio.

Alla fine siamo partiti, il viaggio, stressante e parecchio di corsa, è andato bene e siamo arrivati a Livorno. E dopo due settimane, siamo anche ritornati a Brighton. E oggi ho riletto quelle righe. Potrei scriverne il seguito, ma è certo che non cambierei una virgola, quelle sensazioni e quelle emozioni mi appartengono ancora, anche col senno di poi.

E allora eccolo qui, lo lascio così, senza conclusione, quella la conservo per un altro post, con l’illusione di ritrovare ancora un prezioso ritaglio di tempo per scrivere ancora.

Eccoci finalmente arrivati alla vigilia di queste feste natalizie alla vigilia della nostra partenza per tornare a casa. Casa. Beh, è quella che mi/ci aspetta a Livorno o quella che ci lasciamo alle spalle qui a Brighton, o quella che qualche mese fa abbiamo lasciato a Friburgo?

Non è la prima volta che mi chiedo questa cosa della “casa”, è una cosa che mi sta a cuore e su cui mi interrogo spesso (come si può leggere qui). Ma a questo giro la cosa che mi ha colpito è stata soprattutto l’attesa. Questa lunga attesa del viaggio. Il carico di aspettative, le emozioni dell’anticipazione, l’idealizzazione di Livorno, quel luogo magico di tranquillità, affetti familiari, clima piacevole, cibo fantastico, un posto equilibrato e riposante che, in realtà, esiste solo nella mia immaginazione. Questo fenomeno credo sia noto alla maggior parte dei migranti, per un tot di mesi all’anno si aspira a tornare a “casa”, o dalla famiglia o comunque al luogo di origine che ci siamo lasciati alle spalle, e poi, zac! una volta tornati, arrivati, sistemati, un paio di giorni e puf! la magia scompare e si viene travolti dalla vita vera.

Ora nel mio caso vengo travolta letteralmente. Non per me, ma per la bimba. La prima figlia/nipote dei nostri nuclei familiari, ha fatto da star ad ogni rientro, e questa volta a Livorno di bimbe ce ne porto ben due, di cui una nuova di zecca e con ancora tanta gente da conoscere. Mi tremano le ginocchia al pensiero di quello che ci aspetta! Perché non importano i buoni propositi e le promesse: questa volta vietato strafare, questa volta vietato prendere troppi impegni, questa volta vietato dire di sì a tutto e tutti, questa volta vietato fare i pellegrinaggi da casa a casa a salutare ogni singolo amico, parente, conoscente, questa volta è d’obbligo riposarsi e seguire dei ritmi più rilassati e umani.

Nonostante i saggi propositi, nonostante qualche tentativo di programmazione anticipata, nonostante la buona volontà, finisce sempre che le vacanze in Italia siano una corsa al massacro. Le buone intenzioni della famiglia spesso si trasformano in un calendario zeppo di appuntamenti che nemmeno Obama nei suoi picchi di popolarità. E poi diciamo la verità, a me piace vedere i miei amici, salutare le persone a cui voglio bene e ho spesso dei seri problemi a calcolare le mie reali forze e finisce che mi stanco come una matta e riparto più sfatta di prima (c’è da calcolare che gli anni avanzano e le ore di sonno, con la prole raddoppiata sono più che dimezzate). Ma la cosa che mi abbatte alla ri-partenze di solito non è la stanchezza fisica, ma è il senso di delusione e disillusione che mi attanaglia dopo le permanenze in Italia. Perché basta poco per ripiombare velocemente in quella palude italiana, in quello stato indefinito di disagio e per rivedere in un attimo tutta quella serie di motivi che hanno spinto a scappare. E nonostante la nostalgia che sale quando si sta lontani, ad ogni rientro italiano c’è il solito pugno nello stomaco.

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Che lavoro fai?

Insegnante di italiano come lingua straniera/lingua seconda. (occhi sbarrati, e che lavoro è? Sei nelle graduatorie del pubblico? ah, no…e allora dove insegni? a chi insegni? che hai studiato?)

Ribloggo questo bellissimo post dal neonato blog che raccoglie l’impegno di molti colleghi e colleghe per il riconoscimento della figura professionale degli insegnanti di italiano come lingua straniera o lingua seconda. Trovo che, oltre ad essere una testimonianza toccante, sia anche chiarificatrice della particolarità di certi aspetti della nostra professione. Diffondente gente, diffondete, che magari riusciremo ad ottenere di essere riconosciuti ufficialmente per il lavoro che svolgiamo e per il quale ci siamo formati.

ALFABETI DIVERSI. La testimonianza di Elena.

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Apdeit – aggiornamenti e pause indispensabili

Un post veloce e al super al volo con qualche update/aggiornamento esistenziale:

SONO DIVENTATA BIMAMMA Continua a leggere

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Prosciutto, russi a frotte e babbi fighi- cronaca (ritardataria) di una settimana in ospedale

Paese che vai, ospedale che trovi, direi che è una massima che si adatta bene alla situazione.

Mi ero passata una bella settimana in ospedale e nell’attesa di essere dimessa, mi era salita incontrollabile la voglia di fare un bel bilancio di questa settimana. Poi il post era rimasto in bozza e finalmente ho trovato, solo adesso, la concentrazione per finirlo.

Ora, purtroppo c’è da dire che negli ultimi due anni le degenze mie (o di familiari stretti) sono state troppe, troppo frequenti e spesso insopportabili, come solo gli ospedali e le malattie sanno essere.

Ma a questo giro, pur nella sfiga cosmica che sembra perseguitarmi, alla fine ho avuto uno sguardo più rilassato sull’insieme e posso permettermi qualche digressione.

Da dove iniziare? Dal tasto dolente del rancio? Ma sì, spariamo a zero sul rancio, che quando si tratta di ospedali viene sempre bene. vassoio_ospedale

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