Memoria delle memorie

Stamattina mi sveglio riposata e contenta e abbiamo un’intera mattinata per noi. Le bimbe sono entrambe a dormire da altre due sorelle, amichette loro. E non posso fare a meno di pensarci, di pensare che loro sono a fare uno sleepover o pigiama party (che ovviamente non si scriverebbe così, se lo scrivessi davvero in inglese, ma con una dose di y più massiccia). E ieri sera ho ricevuto delle foto di quelle quattro follette, impigiamate e rosee sul divano, che salutavano con sorrisi sornioni e felici. E il mio cervello è partito con mille pensieri, mi sono ricordata di quando andavo io a dormire dalle mie amichette da piccola, che poi erano di fatto due sorelle, amiche tutt’ora, o di quando rimanevano da me. Così non ho potuto fare a meno di pensare all’infanzia diversa che stanno vivendo le mie bimbe rispetto a me. Che banalità, che spreco di pixel sulla tastiera, ma è ovvio che sia un’infanzia diversa, sono di un’altra generazione, sono le figlie del nuovo millennio, non c’è dubbio che sia diverso. Ma non è questo il punto. Lo so che anche la mia infanzia è stata diversa da quella dei miei…uh se è stata diversa, ma nella mia mente ci sono dei fili conduttori, che so che appartengono alla mia famiglia, o almeno a una parte di essa. Penso ai profumi e ai sapori. Penso all’Italia. E anche se razionalmente so che per esempio la mia mamma non è cresciuta in Italia o che mio il babbo da piccolissimo non stava a Livorno e non poteva sentire l’odore del mare…beh, è razionale, in qualche modo non conta, perché quasi mai le memorie, quelle dell’anima, si costruiscono con la razionalità, ma coi sensi.

Così penso all’infanzia che stanno vivendo quelle due creaturine che ci infestano casa (detta così sembrano diavoletti…lasciamola pure detta così, va) e mi rendo conto che stanno crescendo inglesi. Oddio, inglesi? In un certo senso sì, è inevitabile. In fondo abitiamo qui, che potevo aspettarmi? Ma non è una questione di cultura, tradizioni…è proprio una questione di odori, profumi, sapori e abitudini. Perché stando qui, respirano quello che c’è qui, e quando saranno grandi, si ricorderanno l’odore di gravy (per i non indigeni, una salsa marrone da servire con l’arrosto, fatta coi succhi di cottura della carne, i puristi della cucina inglese non me ne vogliano per la sommaria e imprecisa descrizione). Mentre io mi ricordo quello dei ricci di mare e del panforte e della cucina di nonna Bianca e di nonna Valeria. Ovviamente poi le creaturine vanno in Italia spesso e passano del tempo lì e vivono quello spicchio di vita a Livorno e dintorni. Ma il tempo che passiamo lì è un tempo compresso, a orologeria e sembra sempre volare via troppo in fretta, troppo presto. E spesso manca quella calma, quella lentezza e quella noia, quell’ozio che mi potevo permettere io da bambina. Non che mi aspetti che una mattina mia suocera o mia mamma riempiano casa con strisce di pasta fatta in casa solo perché così le mie figlie se lo ricordino. Ma io me lo ricordo quando lo faceva nonna Valeria, mica era una cosa straordinaria, lo faceva e basta. E forse mia mamma e mia suocera lo farebbero pure loro con le bimbe (se non la pasta fatta in casa, i biscotti o gli gnocchi o chissà che altro), se solo non avessero giorni, ore, minuti contati con le bimbe.

Ora, non è che siccome le mie bimbe non faranno la pasta in casa con le nonne, ho dei dubbi sulle scelte fatte o sulla decisione di vivere in Inghilterra e sul dono del bilinguismo. No, no e ancora no. Ma ovviamente c’è sempre un ma. Quella malinconia di ripensare alla propria infanzia, alle cose magiche che mi ricordo, chiaramente magiche perché indorate dalla polvere dei ricordi, che migliora il passato come nemmeno un filtro di instagram può fare. E mi faccio qualche domanda. Mi chiedo com’è che le mie figlie hanno visto più seggiolini di easyjet che prue di barche. E mi chiedo se sia giusto. O se ci sia un altro modo. Ma non c’è, almeno non praticabile.

Così stamattina, con il regalo di qualche ora senza grida e richieste assurde da parte della prole, mi godo il lusso di poter pensare alle mie figlie in prospettiva e di poter farmi domande su di loro, sul patrimonio di esperienze che stanno facendo. E probabilmente questa cosa dei ricordi e delle memorie è una delle più inutili su cui potessi concentrarmi. Eppure come un tarlo mi ha seguita in queste settimane ed è ritornata all’assalto, mettendo a nudo le differenze tra questo paese e quello in cui sono cresciuta (che non sono del tutto sicura che sia la stessa Italia di adesso, ma vabbè).

Posso dire che le mie bimbe, in particolare quella grande che sa già scrivere e leggere, ogni tanto mi fanno sorridere con le loro mescolanze di cultura. Scrivono i biglietti di Natale per fare gli auguri (uno per ogni compagno di classe e per le maestre), con religiosa concentrazione. Qui è necessario aprire una parentesi: gli inglesi sono matti per i biglietti, credo che siano una delle principali cause della deforestazione. Ogni occasione è buona per un biglietto di auguri. Natale è l’apice. Nelle ultime due settimane io ne ho già ricevuti venti, minimo. Mia figlia ha ricevuto bigliettini da quasi tutti i compagni di classe. 30 bambini di 6 anni che scrivono, tutti e 30, un biglietto per ciascun compagno/a di classe. Ci sono 4 classi per anno in quella scuola, per 7 anni. A voi la matematica. A voi la proiezione in numeri su larga scala. Un’ecatombe di alberi.

Dicevamo, mia figlia è lanciatissima coi biglietti di Natale e coi biglietti in generale, very British! al punto da fare biglietti pure a noi. Io ne ho una collezione invidiabile, la mia preferita? la sua “sorry card”, in cui mi chiede scusa perché si era comportata male.

biglietto_natale_sara.jpg

Sempre in tema natalizio, però, così come sono britanniche coi biglietti (la piccola sta iniziando ora e le foreste piangono), sono molto italiane con la calza della Befana e il pandoro. Così si aspettano la calza e inzuppano il pandoro.  Ma poi mi tornano inglesi in un minuto quando uscirebbero in maglietta con due gradi fuori! Io, ovviamente, le massacro da brava mamma italiana e gli metto la canottiera pure a luglio (che a dirla tutta, qui a Brighton non è che faccia sto grand caldo eh!).

Ora le ore di calma e traquillità sono giunte al termine e quindi è meglio se la chiudo qui. Ci sarebbero capitoli interi da scrivere, sia sulle piccole cose che ci rendono italiani o inglesi o cittadini del mondo, sia sulle cose ci ricordiamo dell’infanzia e portiamo sempre con noi, dentro di noi. A tratti mi dispiace non poter mostrar loro il 100% delle cose belle che ho vissuto io (il mare, il caldo, i tempi lenti e la quotidianità della famiglia “livornese”) ma di solito mi consolo sperando che un giorno sapranno apprezzare il tentativo di aver regalato loro quasi un 200% , il meglio di qui e il meglio di lì, perdonando la fretta e gli sballottamenti tra un paese e l’altro e questa sensazione di corse e di fretta continua che sembra accompagnarci un po’ dappertutto.

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1 Commento

Archiviato in cose di mamma, il gioco delle differenze, Intimamente, Nostalgie, riflessioni (finto profonde) a caso

Una risposta a “Memoria delle memorie

  1. Anonimo

    Ciao Nicla! Che piacere ri-leggerti… dopo tanto tempo! E’ ormai scontato che le tue parole, immancabilmente mi commuovono. Riconosco quella maliconia dei tempi passati, dei profumi provenienti dalle cucine delle mamme o delle nonne (per te), per me invece ricorrono le immagini invernali dei vetri appannati della cucina degli zii piemontesi, con odori diversi! Ricordo l’allegria degli stornelli toscani cantati da Valeria, dai preparativi delle cene di Bianca che cucinava per un reggimento, perchè era sempre precoccupata che il cibo non bastasse per tutti, per poi, alla fine della cena, distribuire pacchetti agli ospiti da portare via, con dentro arrosti interi o chissà quale altra prelibatezza! Ognuno di noi conserva nella memoria emotiva, particolari che ogni tanto fanno capolino non appena c’è un richiamo olfattivo, e improvvisamente ti si apre un mondo! Per quanto desideri ricrearlo, non potrà essere lo stesso, ma ci rimane sempre il passaggio narrativo della memoria storica. Quando si è bambini, abbiamo anche bisogno di sentire i racconti del passato famigliare, ci arricchisce e ci permette di fortificare il nostro senso di appartenenza. Sara e Valeria sono bambine assetate di conoscenza e anche loro avranno il ricordo dei “viaggi italiani” con i loro profumi diversi da case e case, di nonne/i e nonne, di zii e zii! Anzi ne avranno di più…anche quelli delle case inglesi! Ti assicuro che il profumo del mare livornese, vissuto in estate, i “giri” in barca… e tante altre cose, già gli appartengono! E’ vero che viene a mancare quella antica lentezza, quei momenti di stallo quasi ozioso, ma ora comunque tutto è più veloce, anche la capacità di apprendimento dei bambini è più veloce. Se penso che da piccola regristravo con un microfono del registratore, le canzoni dalla televisione, all’epoca, mai avrei potuto lontanamente immaginare di poter, oggi, scaricare file da internet!!!
    Ora le tue figlie di 4 e quasi 7 anni, sanno usare uno smartphone per cercare un video musicale su youtube! Quando saranno adulte ci sarà un profumo, una strana sensazione che le porterà a ricordarsi della loro particolare, unica e straordinaria infanzia, di una famiglia “strampalata” e originale …. forse si faranno le tue stesse domande!? 😉 Un abbraccio forte, zia Simona

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