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I greci

immagine tratta da wikipedia

Chiesa dei Greci a Livorno – immagine tratta da wikipedia

A casa mia, a Livorno, si dice “vai a fatti benedi’ dai gre’i!”, un modo poco elegante ma efficace per consigliare a qualcuno affetto da sfortuna di varia natura di cercare una soluzione per tale sventura.

Di solito si arriva a meritare un tale consiglio in caso di un paio di sventure, che ne so, una brutta influenza seguita da un lieve tamponamento, o più membri di famiglia affetti simultaneamente da qualche male di stagione. O anche quando un male qualsiasi, anche di lieve entità, come raffreddore o influenza, colpisce nella stagione sbagliata. Magari me ne sto bella bella al moletto di Antignano e sono colta da starnuti e tosse, è caldo, è estate, c’è il sole, e il passante occasionale, squadrandomi, si potrebbe permetter di dirmi che devo andare a farmi benedire dai greci.

Questo non vuol dire che devo prendere un aereo e volare fino ad Atene, semplicemente basta andare in via della Madonna, a Livorno, presso la chiesa dei Greci, luogo dove appunto si può richiedere la benedizione, sperando di scampare a nuove disavventure.

Le mie vacanze livornesi, seddiovole appena finite, ecco, si possono definire proprio così, coi “greci”. Una sfiga dopo l’altra in una spirale crescente di violenza. Continua a leggere

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definizioni

In questi giorni ho scritto decine di post. Tutti nella mia testa e nemmeno uno sul mio quadernino o sul mio computer. Stamattina poi ho quasi scritto un trattato, mentre andavo da casa all’asilo, con due bimbe, lo zaino, il vento in faccia e quell’aria sempre a metà tra lo sciagattato e il disperato. Ovviamente il trattato era tutto nella mia testa, scrivevo e scrivevo e addirittura vedevo le cose scritte davanti ai miei occhi, le lettere e le parole che comparivano, come su un foglio. Come esercizio non è male, fantastico tra l’altro per estraniarsi per qualche minuto dal cicaleccio interminabile della mia bimba. Lei parla. Tanto. Sempre. Senza sosta. In continuazione. Parla. E io, che pure sono una chiacchierona di prima categoria, per la prima volta in vita ho capito l’impagabile valore del silenzio. Così stamattina stavo nel mio “happy place”, mentre lei chiacchierava con me, coi fiori, con la sorella, con i muretti, con le formiche, e scrivevo parole virtuali nel mio cervello. Continua a leggere

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Di caldo, pance grosse e veleno gratis per Belen

immagine tratta dal web

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Fa caldo. Molto caldo. Non dirò certo una cosa nuova, visto che tutti si lamentano del caldo, commentano questo caldo, fanno classifiche del caldo degli ultimi giorni, mesi, anni, decadi e cercano record di calura da battere o da dichiarare imbattibili. Qui a Livorno c’è anche umido. Un umido incredibile, che ti si appiccica addosso e ti entra dentro, ti rende molle. Così io mi sono accodata  a questi lamenti sul caldo e ho aggiunto la mia voce a quella del coro. Muoio di caldo. Ma roba che alle 3 di notte vago come una pazza per la casa alla ricerca di un refolo di fresco che dia sollievo alle mie abbondanti carni.

Mi do anche un certo tono perché ho scoperto che il mio status di donna incinta mi dà maggiore diritto a lamentarmi del caldo. Mi porto dietro (anzi davanti) questo pancione gigante e posso lamentarmi senza remore e senza limiti, attirando anzi larga solidarietà e larghi sorrisi, nei negozi, sui mezzi pubblici, con gli sconosciuti per strada. Continua a leggere

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Di stanchezze, cambiamenti e scatoloni

E finalmente trasloco fu. Dopo tanti preparativi e tante parole e tanti cartoni da riempire, chiudere ed etichettare, il fatidico momento di caricare tutto su un camion arrivò.

Per la precisione sono arrivati 4 lituani da 120 kg l’uno e in poche ore hanno svuotato la casa friburghese, riempita con amore dei nostri ultimi 3 anni di vita. Prima dell’arrivo dei forzuti traslocatori c’erano stati momenti faticosi, concitati ma soprattutto commoventi. Amiche e amici venuti a salutarci, amiche schiavizzate a fare i cartoni, a tenere la bimba mentre io e lui facevamo i cartoni, altre amiche che hanno provveduto a cibarci mentre facevamo i cartoni. Insomma, giornate passate a mettere dentro gli scatoloni gli oggetti della nostra vita tedesca e non. Continua a leggere

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